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Italiani in maglia gialla

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Tour de France

Italiani in maglia gialla

Felice Gimondi, trionfatore del Tour de France 1965 a soli 22 anni, solleva il mazzo di fiori destinato al vincitore.A sinistra, un corrucciato Raymond Poulidor, eterno secondo
Felice Gimondi, trionfatore del Tour de France 1965 a soli 22 anni, solleva il mazzo di fiori destinato al vincitore.A sinistra, un corrucciato Raymond Poulidor, eterno secondo

«Vittoria ciclistica italiana in Francia. Per la prima volta dalla sua creazione, il Giro di Francia (5.500 km di percorso) è stato vinto da un italiano - Ottavio Bottecchia - che sin dalla prima tappa, e per tutta la durata della corsa, ha vestito il maglione giallo destinato al trionfatore». Così recitava la didascalia a corredo dell’illustrazione di Achille Beltrame sulla copertina della Domenica del Corriere del 3 agosto 1924, che ritraeva l’arrivo di Bottecchia al Parco dei Principi di Parigi.

Dopo Bottecchia (che fece il bis nel 1925), altri sei ciclisti italiani sono riusciti nell’impresa: Gino Bartali (1938 e 1948), Fausto Coppi (1949 e 1952), Gastone Nencini (1960), Felice Gimondi (1965), Marco Pantani (1998) e Vincenzo Nibali (2014). Ad accomunare i nostri sette vincitori del Tour una classe immensa, l’ orgoglio da esibire in una terra straniera così simile e così diversa dall’Italia, e la capacità di fare credere a tutti, da grandi illusionisti, di essere imbattibili. E invece i grandi campioni, come il più tranquillo dei cicloamatori, pedalano in compagnia delle fragilità e dei fantasmi di una vita, delle gioie e dei mali più intimi. Sanno di essere di argilla, e che la Grande Boucle è pronta a modellarli in trionfatori o in pallide, fragili comparse dell’umana commedia.

Ci sono molti modi di raccontare l’epopea degli italiani al Tour de France. Quello scelto da Giacomo Pellizzari, scrittore, giornalista e consulente di comunicazione, è di dare voce direttamente a ognuno dei vincitori. E anche a chi l’impresa l’ha sfiorata, come Claudio Chiappucci nel 1992, o a chi al Tour ha perso tragicamente la vita, come Fabio Casartelli nel 1995.

E così Bottecchia, Coppi, Bartali, Magni, Bugno, Pantani, Nibali e altri diventano straordinari cronisti di se stessi. Si viaggia e si soffre in bicicletta con loro, fino allo striscione dell’ultimo chilometro e anche oltre. I campioni ci raccontano dal vivo come sono le salite in Francia, si gettano a capofitto nelle discese, guardano negli occhi compagni e avversari, ascoltano i consigli dei direttori sportivi, attaccano, si nascondono nel gruppo, annusano il napalm delle battaglie in salita, ascoltano il fruscio dei tubolari: a volte quello rassicurante dei gregari che li scortano, altre quello, angosciante, del rivale in classifica pronto a piantarti in asso.

Si tratta di fiction, naturalmente. Per i ciclisti più “antichi” la ricostruzione degli eventi e della personalità dei corridori è stata ottenuta attraverso un’accurata ricerca tra gli archivi, le cronache e le testimonianze dell’epoca. Dall’inizio degli anni ’90 è subentrata, invece, la conoscenza diretta di Pellizzari con alcuni degli atleti e con il loro entourage, e la frequentazione del mondo delle corse. Una fonte quasi inesauribile di aneddoti, retroscena, coraggio e debolezze degli italiani al Tour de France.

Il racconto in prima persona, l’immedesimazione negli sforzi e nella psicologia dei corridori, il libero flusso della coscienza fanno cadere la maschera dei campioni. Ma non è solo l’uomo a emergere. Il libro di Pellizzari è allo stesso tempo storia sportiva del Tour vista attraverso il prisma dei protagonisti e storia contemporanea, gioco di corrispondenze e rivalità tra Italia e Francia. Correre al Tour, per un italiano, è un po’ come atterrare su un pianeta conosciuto, ma con un’atmosfera differente. Sono diverse le salite e le discese, il profumo del mare è spesso lontano, la campagna è immensa, le montagne, dai Pirenei al Mont Ventoux, aride come un paesaggio lunare.

Per resistere e vincere devi essere un airone come Coppi, un pirata come Pantani, uno squalo come Nibali, ma anche un po’ furetto, per infilarti nelle fughe giuste quando la strada inizia a salire.

Il Tour non è una corsa a tappe, è una successione infernale di mini-classiche in linea e in altura. «La maglia gialla - scrive Pellizzari - è come un fiore. La devi coltivare, innaffiare, salvare dalla grandine se occorre, proteggere dal vento se si alza. È il tuo tesoro, la tua è una missione, non una corsa».

Gli italiani al Tour de France

Giacomo Pellizzari

Utet, Milano, pagg. 224, € 15

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