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L’innovatore conservatore

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Letteratura

L’innovatore conservatore

Giorgio Manganelli nel 1973 a Roma
Giorgio Manganelli nel 1973 a Roma

La saggistica attuale è in metamorfosi. Uno dei sintomi più immediatamente evidenti è il passaggio dalla forma classica del saggio (misura breve condensata e divagante, stilisticamente suggestiva) alla forma e alla misura del libro, del trattato, o più precisamente della ricerca di tipo accademico. In una cultura come quella di oggi, in cui tutti gli intellettuali sono docenti universitari, la forma tradizionalmente breve e personalizzata del saggio non sembra più né editorialmente utile né culturalmente tollerabile: non è ritenuta “scientifica”, non attendibile né convincente. Perché lo sia, un saggio deve passare dalle dieci o venti pagine alle cento o duecento, con note e bibliografia finale. Così il genere saggio (monologo, discorso, lettera, diario, conversazione) è sostituito o dominato dal genere “tesi di dottorato” o “titolo per concorsi a cattedra”. La pratica del saggio tradizionale è concessa solo a romanzieri e poeti. Lo scrittore di saggi si estingue se non indossa la divisa dello “studioso”.

Dopo aver pubblicato, anni fa, quattro volumi di recensioni e articoli di Giorgio Caproni, ora l’editore Nino Aragno pubblica un volume di settecento pagine che raccoglie gli articoli e i saggi di Giorgio Manganelli, «lettore indefesso e topo di biblioteca» (secondo il titolo della prefazione di Lietta Manganelli) oltre che narratore di talento e stile inconfondibili. Un vero saggista vecchia maniera.

Come seduttore e fascinatore letterario, Manganelli ha fatto strage. I suoi cultori, fan, adoratori e devoti sono schiere. La sua prossimità al Gruppo 63 o neoavanguardia italiana però non gli ha giovato. Altro che avanguardista o sperimentalista: Manganelli, come innovatore, è un conservatore. È un eccellente, brillantissimo e tipico «prosatore d’arte», genere che in Italia ha avuto i suoi maestri in Emilio Cecchi, Mario Praz, Tomasi di Lampedusa. Era stimato da Calvino proprio per questo: anglofilia, curiosità onnivora, gusto innato per la perfezione stravagante e sorprendente della scrittura. Con un difetto, direi, che nella sua narrativa è fin troppo presente: la passione per l’ossimoro, per l’accostamento delizioso degli opposti, fra atrocità e squisitezze, candori e astuzie. È con questo stile stilizzante che Manganelli ha creato il proprio personaggio di scrittore, un carattere, quasi una maschera, che gli permette di recitare la verità con un tono di voce che suona contraffatto ma lo è perché aiuta a vedere le cose da prospettive insolite e impreviste.

Si sarà capito che diffido, ho sempre un po’ diffidato di Manganelli, soprattutto della sua formula «letteratura come menzogna», che può essere bene intesa ma più spesso è malintesa. Il rapporto fra arte (qualunque arte) e verità è una lotta al buio in cui la nuda verità può diventare falsità e l’apparente deformazione o parzialità indica, rivela, suggerisce verità diverse, inafferrabili al raziocinio e al senso comune.

Che Manganelli amasse stravaganza e singolarità è più che evidente, basta leggere una sua sola pagina per capirlo. Ma è quasi paradossale che uno scrittore iperletterario, autogeno e idiosincratico come lui sia stato anche un infaticabile, eccellente, appassionato recensore e critico: un uomo, cioè, capace e interessato a entrare nella testa di una quantità di altri scrittori. Per questo, leggendo qua e là il maestoso e prezioso Non sparate sul recensore, ho avuto l’impressione di scoprire il Manganelli che preferisco: il più inaspettato perché meno concentrato sul proprio stile, sulle proprie coazioni inventive e i suoi virtuosismi retorici. Nelle recensioni è piuttosto in azione l’intelligenza di Manganelli, la sua curiosità e mobilità di viaggiatore mentale (essendo stato, del resto, anche un ottimo scrittore di viaggi geografici).

D’altro lato, in un’arte umile e in una forma letteraria minore come quella della recensione Manganelli resta se stesso e lo sa bene quando formula la sua convinzione: «Personalmente, credo che la critica sia semplicemente letteratura sulla letteratura». E poi: «Recensire è scrivere; magari più come Esopo o Fedro che come Tolstoj». Nella nota che conclude il volume, è l’altro curatore, Michele Farina, a soffermarsi su «alcuni pensieri sull’arte di recensire» che compaiono in un gruppo di articoli scritti da Manganelli un anno prima di morire. Qui però, teorizzando fantasiosamente su se stesso, Manganelli cede al suo istinto di puntiglioso provocatore. Parla positivamente delle distrazioni e degli errori interpretativi del recensore per polemizzare ancora una volta sul rapporto (per lui un non-rapporto) fra scrittura e realtà. Di nuovo salta fuori testardamente «la letteratura come menzogna», quando scrive: «Pensare, capire, sentire; ma davvero? E non piuttosto fantasticare, “noncapire”?».

Ecco, è proprio vero: a Manganelli piace mentire, anche su di sé, come recensore e critico. Recensendo e leggendo una quantità di autori e in particolare i suoi preferiti (Poe, Stevenson, Orwell, Anderson, James), in verità Manganelli più che fantasticare e non capire, capisce, sente e pensa, quasi mai sbaglia né si distrae. Fa bene a rifiutare l’idea della critica come attività “servile” e a negare che l’idea ideologica di realtà sia una buona idea, capace di mostrare come stanno realmente le cose. Fra realtà e idea di realtà si spalanca sempre il baratro dell’imprevedibile.

Ma il bello delle sue recensioni è l’onestà con cui Manganelli vive le sue passioni letterarie: è l’umiltà del suo stile, è la duttilità, lucidità, attendibilità descrittiva della sua critica. Manganelli vuole credere di inventare anche quando vede e dice e descrive magistralmente la realtà più probabile, anche se parziale, di ogni singolo autore recensito. Chi avesse dei dubbi su questa qualità intellettuale e morale della critica di Manganelli non dovrebbe fare altro che leggere o rileggere, per fare un solo esempio, le non poche, ammirevoli e ammirate pagine che ha dedicato al “moralista” Orwell. I troppi ammiratori del puro stile di Manganelli avrebbero molto da imparare dal suo stile di critico.

Non sparate sul recensore, Giorgio Manganelli, pref. e cura di Lietta Manganelli, Nino Aragno editore, Torino, pagg. XII +706, € 35

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