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Parole e idee dell’italiano scomparso

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Letteratura

Parole e idee dell’italiano scomparso

John William Waterhouse, «Un racconto del Decamerone», 1916
John William Waterhouse, «Un racconto del Decamerone», 1916

Anni fa, nello studio di un medico, mi furono mostrati due grandi contenitori grigi di metallo, ben sistemati dentro un armadio a muro. Servivano a conservare le schede dei pazienti accumulate in oltre cinquant’anni di professione. Su uno c’era scritto: attivi; sull’altro, non attivi. Il secondo – notai – era molto più pieno del primo: conteneva le storie cliniche che il tempo aveva inevitabilmente sigillato. Questa immagine – lo ammetto, un po’ inquietante – mi è tornata in mente a proposito del rapporto tra la lingua che usiamo tutti i giorni e quella che, secolo dopo secolo, ci siamo lasciati alle spalle. Parole scomparse, uscite d’uso, che hanno nutrito non solo la letteratura ma soprattutto le vite di chi è venuto prima di noi. Un processo fisiologico di filtraggio, selezione, che riguarda tutte le lingue vive: perché le parole si adattano al nostro modo di essere, riflettono le nostre necessità, i nostri desideri, cambiano con noi.

Un libro di Vittorio Coletti, appena uscito per Il Mulino, si inoltra in quel territorio sconfinato di singole parole, modi di dire, costrutti che l’italiano ha abbandonato nel corso della sua storia. È quello che nel titolo viene definito l’italiano scomparso: una lingua «sacrificata alle esigenze di cambiamento», prima marginalizzata e poi via via superata e, in molti casi, dimenticata.

Non ci troviamo di fronte a un pamphlet in difesa dell’italiano: non c’è nulla in questo libro – fortunatamente – che elogi il bel tempo andato; nulla che insista sulla salvaguardia di questa o quella forma come se si trattasse di una pianta rara o di una specie animale in estinzione. Anzi. Come scrive Coletti, documentare quello che nella nostra lingua «è scomparso e scompare è anche un modo per testare le sue condizioni di salute, non meno attendibile della misurazione di quello che ha acquisito e acquista». E questo perché «il lato in ombra dell’italiano ci parla della nostra lingua attraverso ciò che essa ha perduto, non meno, anche se diversamente, di quanto fa quello in luce attraverso ciò che essa ha mantenuto e guadagnato».

Ci sono parole che sono sparite perché a sparire sono state le cose: abiti come la schiavina o mobili come il soppediano che si usavano nel Medioevo e ora non si usano più. Ma anche vocaboli che hanno mutato o anche solo ristretto i loro possibili significati: fino al primo Novecento era ancora possibile usare negozio con il significato di affare, incarico; oggi, non più. Il catalogo di casi simili è potenzialmente infinito: bisogna considerare anche efflorescenze verbali che non sono penetrate stabilmente nella lingua: forme effimere, legate ai normali meccanismi di formazione delle parole, poi perse per strada. Si ricorderà il petaloso inventato da un bambino qualche tempo fa, di cui fu segnalato un isolato antecedente secentesco.

Coletti documenta tutto questo con grande abbondanza (a tratti anche troppa: un numero minore di esempi forse avrebbe giovato). E lo fa ragionando sulla lingua come si dovrebbe fare in casi del genere: senza mai dimenticare la sua componente profondamente umana; in cui ogni parola è in un certo senso una testimonianza prima di essere un esempio. Di un’epoca, di un modo di fare le cose, di un’idea.

Ma il libro è anche un’occasione per sperimentare, su un piano più ampio, il contatto con una fase della nostra lingua strutturalmente diversa da quella attuale. In cui l’italiano era più flessibile, polimorfico, a tratti quasi proteiforme. Mi riferisco in particolare al Medioevo in cui, in assenza di una codificazione grammaticale, il volgare abbondava di forme parallele, concorrenti. Era diversa la cultura e diversa la serie di forze in gioco: in un mondo in cui non c'è un cucchiaio uguale a un altro, in cui ogni manoscritto è un pezzo unico, è normale che anche l’idea di omogeneità sia diversa da quella attuale. Non solo una parola si scriveva in modi differenti (casa ma anche chasa o kasa) ma erano meno rigidi anche settori tendenzialmente più stabili, come il lessico o la morfologia verbale. Chiunque abbia letto con attenzione un testo antico ha potuto farne esperienza. Nel Decameron, Boccaccio alterna boce e voce, fossero e fossono, e questo senza attribuire alla variazione particolare funzione stilistica (non sempre, almeno). La mancanza di regole condivise e i modi di trasmissione della parola scritta avevano una ricaduta sul modo stesso di percepire la lingua: come qualcosa di più personale, più plastico, meno rigido. Anche la grande inventività lessicale di Dante – a cui Coletti non manca di dare rilievo – va valutata nel contesto di una lingua più pronta ad accogliere soluzioni nuove: il grado di infrazione connesso all’innovazione era molto minore di quanto non sarà dal Cinquecento in poi. È questa, d’altronde, una delle differenze principali tra l’italiano antico e l’italiano moderno. Anche per questo motivo, forse, Coletti ha dedicato largo spazio al Medioevo. Dinanzi all’immenso catalogo di forme di oltre mille anni di storia, ha giustamente privilegiato la parte più distante da noi. Che è poi quella da cui l’italiano non ha mai smesso di ricavare gran parte della sua bellezza e della sua energia.

L’italiano scomparso, Grammatica della lingua che non c’è più, Vittorio Coletti,

Bologna, il Mulino, pagg. 274, € 16

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