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Le donne del mare e il dolore indispensabile

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J.M.G. Le Clézio

Le donne del mare e il dolore indispensabile

J.M.G. Le Clézio
J.M.G. Le Clézio

Un uomo torna dopo trent’anni sulla tempestosa isola di Udo. C’era stato con una donna, Mary, che in sua assenza era entrata nel mare, una sera che «la marea aveva lisciato le onde», per non fare ritorno. Mary era nata da uno stupro, lui era un giovane scrittore di guerra uscito da sei anni di prigione per aver assistito a una violenza carnale «senza muovere un dito o quasi, con un vago accenno di erezione». A lei non l’aveva detto, consapevole che «guardare e tacere significa agire», o forse non sa capacitarsi di averglielo detto.

L’uomo è tornato per essere sicuro di non riconoscere nulla. «Perché la tempesta cancelli tutto, definitivamente». Trova invece un dolore, reiterato, lancinante, che diventa indispensabile. «Un dolore che occorre amare, perché quando cessa tutto diventa vuoto e non resta che morire». Udo è uno scoglio, «un relitto dove consumare la sua disperazione».

Di lui s’interessa una tredicenne dalla pelle più scura degli altri, arrivata sull’isola un giorno «che sul mare pioveva. Io forse piangevo. Oppure era la pioggia che mi bagnava la faccia e mi incollava i capelli alla bocca». Arrivata con la madre, divenuta una «donna del mare», pescatrice a mani nude di orecchie di mare dopo che il padre non ha voluto sposarla. Solitaria, la ragazza guarda all’oceano come a «un mondo che non è duro e secco, non scortica la pelle o gli occhi, un mondo dove tutto scivola lentamente, dolcemente». Nasce una specie d’amicizia, ma lui le va incontro «con l’oscurità della notte, brandelli di sogni e di incubi sulle spalle, la faccia grigia, i capelli grigi, come se uscissi da un letto di ceneri».

In Tempesta, primo di due racconti che J.M.G. Le Clézio ha pubblicato nel 2014 e che ora Maurizia Balmelli ha tradotto, troviamo il mare, l’isola, la tempesta, l’infanzia, la violenza dei più forti, il dolore, l’oblio, gli esseri randagi, erranti, meticci: temi cari al Nobel che qui torna a quella lingua lenta e ariosa, a quelle descrizioni luminose come foto sbiadite del Cercatore d’oro (1985). Ma Udo non è l’amatissima Mauritius della sua infanzia e l’autore non riesce a raccontarla con la stessa autenticità. Alcuni aggettivi suonano a effetto, il vento di cui sono troppo piene le pagine scopre l’artificio. Più intenso è il secondo racconto, Una donna senza identità, narrato con parole aspre, dure. Infatti troviamo anche qui la figlia di uno stupro, ma questa volta a parlare è lei. Rachel cresce vicino alla spiaggia di Takoradi, sul margine occidentale del golfo di Guinea (nei due racconti Le Clézio non nomina mai Stati, solo città, né identifica le persone con un’etnia ma al più con gradazioni di colore della pelle, che da sole non permettono di decifrarne le origini). È legatissima alla bionda sorella, cui non rivela di aver scoperto che non hanno la stessa madre. Ha sentito quella che chiamava mamma definirla col padre una «figlia del demonio». Rachel tiene duro col suo segreto, stuzzicando il dolore come un dente cariato, fino a quando, la guerra alle porte, la famiglia in rovina, si trasferiscono a Parigi e i già litigiosissimi genitori divorziano. Le due sorellastre inizialmente vivono assieme, ma non è questo che la madre vuole per sua figlia e Rachel, divenuta adulta senza neanche i documenti che attestino chi lei sia, non ha altra scelta che fare i conti con gli abbandoni.

«Tempesta», J.M.G. Le Clézio, trad. di Maurizia Balmelli, Rizzoli, Milano, pagg. 194, € 19

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