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Nel mar dei Marmora dell’antica Roma

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Nel mar dei Marmora dell’antica Roma

Pannello in «opus sectile» con tigre che assale un vitello, marmi colorati, opera romana del secondo quarto del IV sec. d.C. dalla Basilica di Giunio Basso sull’Esquilino, Roma, Museo dei Conservatori. Nella scheda, teca bivalve con raccolta di marmi commissionata dal cardinale Riminaldi, secolo XVIII. Ferrara, Museo Civico
Pannello in «opus sectile» con tigre che assale un vitello, marmi colorati, opera romana del secondo quarto del IV sec. d.C. dalla Basilica di Giunio Basso sull’Esquilino, Roma, Museo dei Conservatori. Nella scheda, teca bivalve con raccolta di marmi commissionata dal cardinale Riminaldi, secolo XVIII. Ferrara, Museo Civico

Sono fra i fortunati che hanno il privilegio di possedere le tre edizioni di Marmora romana, molto simili tra loro ma non identiche, nelle quali si tratta delle pietre colorate usate dagli antichi romani per la decorazione. La prima edizione del libro risale al 1971 e fu curata personalmente da un ottimo impaginatore, anzi molto di più, da Enzo Crea, proprietario delle Edizioni dell’Elefante. Non offenderò il lettore ripetendo che l’autore di questo capolavoro è Raniero Gnoli, indologo, professore di sanscrito, antichista, edotto come pochi nell’arte classica e in tanti altri aspetti del gusto, della decorazione e persino in facezie squisite come nappe, frange e galloni.

Conobbi Raniero molti anni fa in casa di un comune amico, Mario Praz: ho già raccontato altrove la straordinaria circostanza in cui il nostro amato anglofilo pregò Raniero di elencare tutti i marmi colorati che adornavano un suo prezioso mobile sostenuto da sfingi. Sfingi erano anche Raniero e Mario, custodi di molti segreti. Posso dire che quello fu uno dei giorni più fortunati della mia vita? Mario era Mario per pochi, ma trovare di un sol colpo Mario e il Mago, per rammentare un racconto di Thomas Mann, fu un atto di benevolenza divina. Raniero ed io eravamo ancora giovani: parlo del 1971, quando era appena uscita la prima edizione del suo libro. Alto e biondo, in parte tedesco (come Bianchi Bandinelli) aveva quel distacco e quei modi che non erano del tutto mediterranei. Ma non di soli marmi si parlò, piuttosto di letteratura, di mobili, di amici con quel gusto per gli oggetti rari e per le descrizioni preziose di fatti e di persone. Molte cose sono mutate ma la bellezza e la bizzarria restano tali per noi due.

Non sapevo allora molto sugli antichi sassi ma qualcosa mi era già noto e quando venivo a Roma facevo il giro dei marmisti alla ricerca di qualche campione colorato. In quelle passeggiate romane conobbi gli stessi artigiani che si menzionano ne Lo Gnoli (così dovrebbe chiamarsi questo celebre repertorio): Fiorentini, Onori, Maiorani e anche Bruno Cordiano, allora giovane apprendista presso la Galleria Sangiorgi, uomo dotato di capacita rabdomantiche. Ad essere sinceri i nostri interessi erano filologici ma anche – e non certo di meno - “antiquari”, come si chiamava in antico la conoscenza erudita di coloro che erano interessati in ogni tipo di anticaglie, persino nelle tazzine di porcellana (quelle «monache dell’antiquariato» come le chiamava Praz) e addirittura nella polvere vera e propria, il miglior collante del sapere.

Qui parliamo con reverenza di un volume bellissimo e per più di un motivo. Innanzitutto ci incanta il suo aspetto tipografico meditato a lungo anche dall’autore: «Cosa importantissima mi è parsa quella di insistere sulle illustrazioni a colori ed in misura naturale di ogni singola pietra. Queste illustrazioni, commentate dalle tavole in nero, formano, per così dire, l’ossatura del volume».

Ma come spiegare la chiarezza pari all’eleganza di un testo straordinario? A mio modo di vedere nel pieno Novecento solo altri due autori, Roberto Longhi e Mario Praz, hanno dedicato pari cura allo stile della prosa. Longhi, Praz e Gnoli sono saggisti, non narratori, e gli uomini italiani di sapere - o se si vuole di scienza - non sempre si distinguono per la grazia stilistica. I tre hanno avuto la capacità di rendere l’erudizione affascinante e dunque li leggiamo non solo perché ci insegnano ma anche perché ci regalano ore di grande incanto letterario, perché raccontano bene ciò che sanno.

Questa nuova edizione, dicevo, è quasi identica alle altre che però non sono più in commercio da anni. Forse la terza – quella appena uscita per i tipi de La nave di Teseo - è più vivace della seconda poiché nuove tecniche e nuovi macchinari consentono di migliorare, se fosse ancora possibile, ciò che già appariva perfetto. Ed è comunque sorprendente che un’opera ideata mezzo secolo fa resti così incomparabilmente fresca sia nel suo insolito formato - quasi una sigla delle ormai cessate Edizioni dell’Elefante - sia nella perfezione del dettato sul quale non certo potremmo dire quel che lo stesso Raniero scrisse su un cultore cinquecentesco delle vecchie pietre, Agostino Del Riccio: «Dello stile non dobbiamo far tanto caso». Lo stile di Gnoli è sempre originale e polifonico.

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