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Robert Plant a Milano, folk rock sognando i Led Zeppelin

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Robert Plant a Milano, folk rock sognando i Led Zeppelin

(Afp)
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Tra qualche settimana, il 20 agosto, Robert Plant compirà settant'anni. Si mantiene decisamente bene considerando quello che ha vissuto e come ha vissuto gli anni Settanta la voce dei Led Zeppelin. Voce che è anche il viso, i capelli biondi lunghi e ricci sul petto nudo, gli acuti con l'asta del microfono puntata al cielo a duettare con Jimmy Page. Quest'uomo ha fatto la storia del rock. E' un'icona qualsiasi cosa faccia. Una leggenda vivente. Per questo i 3-4mila che si sono ritrovati al concerto all'Ippodromo di San Siro, data finale del Milano Summer Festival. E tutti i presenti, dal primo minuto in cui the Sensational Space Shifters, la sua band comincia a suonare folk britannico ipnotico, attendono, sperano che arrivi il momento in cui, finalmente la rockstar deciderà di riaprire il libro dei ricordi, di riavvolgere il nastro e riproporre qualche cover, cantata dalla sua vera viva voce però, dei fantasmagorici Led Zeppelin che furono. Ma Plant da tempo ormai guarda avanti. Al futuro. Cerca di innovare, di fare la sua musica. Propone brani del suo recente album “Carry Fire” e altri dei precedenti “lullaby and… The Ceaseless Roar” e “Band of Joy”. Atmosfere folk, sapori di oriente, ricordi di deserti, Asia e Africa. Su tutto aleggia un mood, per così dire, “mistico”. Più intimista dei tempi d'oro. La tecnologia con i ritmi campionati aiuta a creare l'impasto. I Sensational Space Shifters sono bravi a tenere il palco e a riempire i precisi suoni digitali con i vecchi strumenti analogici “sporchi”. Su tutti spicca il chitarrista Skin Tyson, che di anni ne ha suppergiù come Plant, su una barba lunga alla Dinamite Bla per chi leggeva Topolino, o tipo Billy Gibbons dei ZZ Top volendo restare nel rock. Tyson segue, asseconda, addolcisce le melodie del nuovo Plant folk rock, ma quando arriva il momento graffia. E tutti, nell'attimo esatto in cui parte con un accenno di assolo, tornano con il pensiero ai soli di Page. Il concerto va avanti in questa sorta di trance musicale che scorre leggera. Nell'attesa. L'attesa di qualcosa che non è più.
Il sangue dei tremila e più dell'Ippodromo di San Siro scorre veloce veloce e salta e salta solo in due momenti: quando Plant attacca “The Black Dog”, da Led Zeppelin IV. E alla fine, in un medley di roba varia, vecchia e nuova, nel quale in due brevi quadri fa capolino “Whole Lotta Love”.
Sono le 22.30. Dopo un'ora e mezzo di concerto Robert Plant torna nello spogliatoio e manda tutti a casa. Nemmeno un bis. Che ne so: un accenno di “Stairway To Heaven” o di “Dazed and Confused”. E' come bere un sorso di birra senza poter finire il bicchiere. Ti resta la sete. La sintesi migliore, vicino a me, la dà un ex ragazzo degli anni Sessanta, con la barba bianca, gli occhi buoni su una calvizie conclamata: “Si vede che a una certa età ormai va a dormire presto”.

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