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In due in un solo corpo: diario di un moderno Tiresia

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Giovanna Cristina Vivinetto

In due in un solo corpo: diario di un moderno Tiresia

Crescere è cambiar pelle, sbarazzarsi di esoscheletri divenuti troppo stretti, disancorarsi da riferimenti che nel rassicurare imprigionano. Liberarsi. Più punti fermi si abbandonano più si può andar lontano, ma per alcuni è una trasmutazione ben più radicale che per altri: «Quando nacqui mia madre/ mi fece un dono antichissimo,/ il dono dell’indovino Tiresia:/ mutare sesso una volta nella vita.// Già dal primo vagito comprese/ che il mio crescere sarebbe stato/ un ribelle scollarsi dalla carne,/ una lotta fratricida tra spirito/ e pelle. Un annichilimento.// Così mi diede i suoi vestiti,/ le sue scarpe, i suoi rossetti;/ mi disse: “prendi, figlio mio, /diventa ciò che sei/se ciò che sei non sei potuto essere”».

Giovanna Cristina Vivinetto, 24 anni, ha iniziato a esistere quattro anni fa, in un’aula di tribunale. Prima c’era Giovanni, cui ha dovuto dire addio. La transessualità e la metamorfosi che ne è conseguita, la «fatica di essere madre di sé stessa, di partorire un altro da sé», come nota Dacia Maraini nella prefazione, di diventare «adulta due volte», Vivinetto ha deciso di raccontarla in versi. Una scelta felice per trattare un argomento tanto intimo, essenziale e misconosciuto che le ha permesso di consegnarci un diario coinvolgente, capace di avvicinare al dilemma di chi non si ritrova nel suo genere.

«Non mi sono mai conosciuta se non nel dolore di avvertirmi così divisa. Così tanto parziale» scrive Vivinetto della sua adolescenza, del traumatico rendersi conto di essere due in un solo corpo: «la voce interna fiorisce/ solo a forza di strappi e toppe/ mal ricucite». Poi «quel mostro che in tanti anni/ avevo allontanato, fu assai più/ docile quando, abolite le catene,/ lo presi infine per mano».

«Aspettavi da anni come si attende/ la salute ai piedi di un malato» scrive in queste poesie indirizzate a sé stessa, a Giovanna, per non dimenticare Giovanni: «Bisognava che io morissi/ per strappare il mio tempo/ fermo dai cespugli dell’infanzia». Nel succedersi dei versi troviamo tutto il suo percorso: l’agnizione, la mutilazione necessaria alla trasformazione («Il simbolo del corpo transessuale è la pillola... il flusso chimico che travolge con violenza muta», l’operazione), la malinconica rinascita. «L’altra nascita portò con sé/ la distanza degli alberi», il non toccarci mai. «Ci vollero diciannove anni (...) per trasformare la distanza tra noi/ in spazio vitale». E «così all’età di vent'anni/ il mio corpo ne mostrava dieci:/ dieci i piccoli seni,/ dieci i fianchi sottili,(...)/ dieci i sessi atrofizzati/ incapaci a un tratto/ di evocare desiderio.// Era un rimettersi in gioco/ di subdola perfidia».

L’essere al mondo non significa necessariamente vivere, osserva. Vivere è una scelta, per lei quanto mai drastica. «Talvolta il terrore dell’assenza/ mi sconvolge – quando mi accorgo/ che lo spazio che occupa il mio corpo/ era esattamente il tuo. Con me/ porto anche le tue radici». Giovanna si accomiata da Giovanni confessando la paura, «ora che so di dover andar sola».

Dolore minimo, Giovanna Cristina Vivinetto, pres. di Dacia Maraini, nota di Alessandro Fo, Interlinea, Novara, pagg. 148, € 12

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