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Voci monumentali per l’Arena

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Cecilia gasdia. dietro, l’arena di verona

Voci monumentali per l’Arena

«L’Arena è sempre stata il teatro dei grandi cantanti. Unica al mondo. E vorrei che tornasse ad esserlo». Ha le idee chiare Cecilia Gasdia, il nuovo sovrintendente della Fondazione lirica veronese: da sei mesi è stata nominata alla guida di questo incredibile teatro all’aperto, che nei mesi estivi si trasforma in un’isola per la musica, dove lavorano a ritmo serrato millecinquecento dipendenti. Per un pubblico che nelle sere di “sold out” arriva a 13.567 spettatori. «Ed è un pubblico trasversale, di tutti i generi: giovani e meno giovani, per metà italiani e per metà stranieri; ci trovi gli appassionati che ritornano tutti gli anni e quelli che arrivano qui per la prima volta. Magari non hanno mai sentito un’opera nella loro vita, però sono curiosi, attratti dalla singolarità del luogo. Perché l’Arena è magica. Senza rivali».
Ha l’accento morbido di Verona, Cecilia Gasdia: veronese doc, classe 1960. «Andavo alle scuole elementari qui dietro; noi bambini vedevamo l’Arena dalle finestre. E quando sentivamo i primi smartellamenti delle costruzioni delle scenografie li traducevamo come un segnale: era arrivata la primavera!» Ma ha anche il timbro al miele delle cantanti, la sovrintendente. Perché tutti lo sanno: lei è un soprano. «Lo ero. Da qualche anno non più in palcoscenico. Sono passata dall’altra parte». Però un po’ di vocalizzi li fa sempre, c’è da scommetterci. «Certo. Tutti i giorni. Se proprio non ho tempo mi rubo un quarto d’ora, alla mattina presto, prima di iniziare il lavoro».
Lavoro da fare ne ha trovato tanto: il teatro appena uscito dal commissariamento, i debiti pesanti, i licenziamenti, la legge Bray di salvataggio e rilancio delle Fondazioni lirico-sinfoniche agguantata in ritardo sugli altri, perdendo tempo di risanamento prezioso. “Lavoro” è la parola che di continuo affiora nella conversazione: la nave Arena ne richiede moltissimo. «Il nostro primo obiettivo è il pareggio di bilancio: lo sanno tutti, quando sono arrivata il debito ammontava a 25-26 milioni. Entrando nei meccanismi della Legge Bray abbiamo avuto un fondo di dotazione di 10 milioni, che ovviamente non è una regalia. È un prestito, che dobbiamo restituire. Ce la faremo. Perché la Fondazione Arena di Verona vanta due caratteristiche preziose, due potenzialità vincenti: da un lato la vendita dei biglietti, che quando facciamo il pienone porta un incasso di 800-900 mila euro; dall’altro la bravura eccezionale di maestranze, tecnici di palcoscenico, di tutti gli artisti in scena, impegnati per costruire allestimenti spettacolari e unici. Il nostro vuole restare un teatro popolare, dove entri a biglietti molto più bassi rispetto ad altri festival, dove per i giovani bastano 10 euro per un posto. Però con un’allure di grande qualità».
Il fascino dell’Arena è legato ai cantanti. Non ha dubbi Cecilia Gasdia. E la sua potrebbe sembrare una posizione di parte. In realtà ha dalla sua il peso, la tradizione della storia. Il soprano ne ha vissuta una cospicua porzione, in prima persona. Racconta dei primi passi mossi proprio qui, in produzioni di enorme successo. «All’Arena ho avuto il mio primo lavoro: era il 1976, sedici anni, ero poco più che una bambina. Facevo la comparsa nel Boris e il basso era Ghiuselev. Poi nella stessa estate venne Aida, dove io ero una dei mille figuranti in scena, accanto ai 210 coristi e ai 100 ballerini: una massa gigantesca, due mesi di prove. Se qualcuno sbagliava andava tutto a rotoli. Erano le stagioni con la direzione artistica di Aldo Rocchi. L’estate seguente Aida ebbe un tale successo, esaurita tutte le sere, che si dovette aggiungere una data straordinaria. Nel 1980 entrai nel Coro dell’Arena».
E nello stesso anno agguantò a sorpresa la vittoria al Concorso Callas della Rai, coi debutti in Luisa Miller al Fraschini di Pavia diretta da Gavazzeni e nei Capuleti e Montecchi a Firenze. Due anni dopo arrivò il trionfo come regina del belcanto, nella famosa Anna Bolena alla Scala, quando cantò sostituendo Monserrat Caballé. Di lì la carriera internazionale, con un repertorio esteso e la predilezione per ruoli rossiniani. «Ero Rosina, qui in Arena, nella ripresa del Barbiere del ’96, che ritornava dopo mezzo secolo di assenza. E in quella occasione cantavo accanto a Leo Nucci. Sono fiera di averlo fatto ritornare nelle recite di questi giorni, grazie a un gesto di amicizia, perché aveva dichiarato che non avrebbe più cantato Figaro e che non sarebbe ritornato in Arena. Per questo omaggio a Rossini abbiamo messo insieme un cast storico, di voci che hanno fatto la storia del Barbiere, con Nucci e Ferruccio Furlanetto. E questo è il quinto e ultimo titolo di questa mia prima estate di sovrintendenza, dopo Carmen, Aida, Turandot e Nabucco».
Il cartellone 2019 è stato già annunciato, i biglietti sono in vendita. Dalle 47 serate d’opera di quest’anno di passerà a oltre 50. Tre di sicuro saranno prese d’assalto. «Sì, siamo riusciti a portare al debutto in Arena una star come Anna Netrebko, che canterà Leonora nel Trovatore. Lei, considerata una diva inarrivabile, per un pubblico che paga cifre astronomiche, ecco, sarà a Verona, per tutti. O se non proprio per tutti, davvero per tanti». Facendo due conti, cinquantamila persone. E questo è un indubbio successo per Cecilia Gasdia, che punta al rilancio dell’Arena come tempio delle voci. «Perché il segreto dell’Arena è l’acustica. Quando sei sul palcoscenico, con quell’anello enorme di persone intorno e senti la tua voce che corre lontano, allora capisci che non sei tu che fai spettacolo, ma che ne fai parte. In questo luogo magico, dove si fondono magia della musica e mistero del monumento antico».


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