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Pat Metheny e Yellowjackets, sotto le stelle del jazz ad Arona

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Pat Metheny e Yellowjackets, sotto le stelle del jazz ad Arona

(Roberto Cifarelli)
(Roberto Cifarelli)

Una location incantevole ha fatto da sfondo a due serate di grande jazz. L'anfiteatro naturale del Parco della Rocca Borromea, in alto ad Arona, seduti sul prato, con davanti agli occhi il panorama a 180 gradi del Lago Maggiore, rischiarato dalla luna piena. Con il chitarrista Pat Metheny, in versione quartet, il 25 luglio. E la sera successiva meno fortunati con il tempo, a tratti sotto la pioggia, gli Yellowjackets, fusion band del virtuoso pianista Russell Ferrante. Andiamo con ordine.

Pat Metheny sulla soglia dei 65 anni, visibilmente ingrassato, con i capelli sempre arruffati e il corpo proteso verso la chitarra mentre suona e improvvisa, propaggine del suo corpo allungata, si è presentato con una formazione “naked”: basso, piano, batteria. Accompagnato da musicisti di vaglia per dar risalto al suo soliloquio chitarristico, in versione essenziale. Negli anni Novanta la musica di Metheny ha conosciuto un periodo di grande successo, da tutto esaurito negli stadi. Ma allora si portava dietro quando suonava dal vivo the Pat Metheny Group, formazione imponente di una decina di elementi con voce, diversi percussionisti, tastiere, pianoforte. Il set visto ad Arona, come detto, era più essenziale. Ha ripercorso tutti i periodi e gli episodi sonori più noti del chitarrista del Missouri (che ha dedicato anni fa un disco proprio alla sua terra e ai cieli del Missouri, con alcune delle sue più riuscite composizioni).

Metheny nella sua lunga carriera - è uno dei pochi jazzisti conosciuto come una popstar - ha vinto ben 20 Grammy Awards, ed è stato inserito nella “Hall of Fame” della rivista americana Downbeat che lo ha nominato varie volte “miglior chitarrista”. Per “An evening with Pat Metheny”, nella davvero unica cornice della Rocca di Arona, il chitarrista era accompagnato dallo storico batterista Antonio Sanchez, dalla contrabbassista malese Linda May Han Oh, e dal giovane pianista britannico Gwilym Simcock.

I successi di Metheny suonano meno bene in versione quartet. Su tutto incredibilmente, per lunghi e lunghi minuti di assolo, di cavalcate sulle sei corde - durate un paio d'ore in pratica - senza quasi fermarsi mai, svetta la chitarra di Metheny. Le chitarre, anzi. Quella con tante corde con le sonorità più orientali, la semiacustica Gibson, la chitarra acustica e il suo guitar synt che usa con il tipico ormai suono di trumpet a caratterizzare i brani più ritmati.

I momenti più intensi sono stati i lunghi solo di lui con la chitarra acustica: davvero bello il lungo medley nei bis alla fine. E anche nei brani suonati con il quartetto, da incorniciare gli attimi in cui la musica suonata si stemperava nei piano e nei pianissimo. Con un ascolto da parte di tutti i presenti attento, immersivo, che ha fatto risaltare la sensibilità dei musicisti sul palco. Il batterista acrobata sui piatti, la bassista sempre presente, con una sicurezza musicale davvero invidiabile e il pianista anche lui superlativo che non ha fatto rimpiangere Lyle Mays, che per anni ha accompagnato Metheny e poi ha preso strade diverse verso la composizione. Temi molto conosciuti e lunghe improvvisazioni. Con il lago e la luna piena sullo sfondo. Serata da ricordare. Applausi.

La serata successiva il set prevedeva l'esibizione dei vecchi leoni della fusion, gli Yellowjackets. La serata non è stata benedetta dal tempo. Il cielo nero e la pioggia imminente hanno scoraggiato di sicuro molti ad affrontare il prato all'aperto vista lago. Un peccato perché i 4 della formazione attuale: Russell Ferrante al piano e tastiere e Bob Mintzer al sax – davvero in palla i due “vecchi” della band - con i due inserti più recenti, Will Kennedy che danzava sui piatti e la batteria e il giovane millennials al basso Dane Alderson, hanno regalato ai pochi coraggiosi dei momenti di grande musica. Dove i fraseggi complicatissimi tra sax e piano all'unisono, le scale su e giù per il pentagramma, al di là dei virtuosismi per una strana alchimia generavano, infine, un tappeto armonico e un affiatamento, che è poi la cifra delle giacchette gialle del jazz rock. La tecnica che diventa sinonimo di melodia. Chi l'ha detto che le cose complicate non possano alla fine suonare semplici?

L'effetto degli Yellowjackets dal vivo è stata una piacevolissima serata di musica per i pochi coraggiosi che hanno sfidato la pioggia, e a tratti sono rimasti sotto l'acqua ad ascoltare il sincronismo armonico dei vecchi leoni Ferrante-Mintzer.

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