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Il mito senza tempo di Don Giovanni

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Il mito senza tempo di Don Giovanni

«Filosofia del Don Giovanni», di Umberto Curi
«Filosofia del Don Giovanni», di Umberto Curi

Nel Settecento, prima che Mozart incantasse il mondo con il suo dramma andato in scena a Praga il 29 ottobre 1787, Don Giovanni sembrava stanco, anzi tremebondo. Si trascinava da una scena all'altra e nemmeno le riprese dei libretti secenteschi, con il tema dell'”ateista fulminato”, lo avevano ringalluzzito.

Occorre ricordare che Don Giovanni era nato all'inizio del Seicento: accanto alla culla c'è il nome dell'abate Gabriele Téllez, conosciuto come Tirso de Molina, che nel 1617 comincia a concepire quella creatura che solo con le note di Mozart (e il libretto di Lorenzo Da Ponte) diventerà un mito. Il dramma vero e proprio andrà alle stampe dieci anni più tardi - la data di pubblicazione è il 1630, ma ci fu una rappresentazione a Madrid nel 1624 - con il titolo El burlador de Sevilla y convidado de piedra. Sempre in quel 1617 un altro spagnolo, oggetto ancora di studio, Andrés de Claramonte, scrive Desde agua non beberé, con un soggetto simile a quello di Tirso.

Non è finita: critici puntuti suppongono che fosse quest'ultimo l'autore del Burlador. Né è mancata l'attribuzione a Pedro Calderón de la Barca, allora all'apice della celebrità. C'è anche il gesuita Paul Zehentner che in un suo libro del 1643 parla di un lavoro - protagonista è il conte Leonzio - nelle cui trame si agitano i tratti sacrileghi di Don Giovanni. Avrebbe debuttato a Ingolstadt nel 1615.

Non aggiungiamo altro al pasticcio cronologico, ci accontentiamo di dire che tra il 1615 e il 1630 si sentì un gran bisogno di questo peccatore. Va precisato che l'opera di Tirso è quella da cui nascono meccanismi e varianti che si adatteranno continuamente, disegnando nel tempo il personaggio. Prova ne è, tra le tante, la commedia The Libertine di Thomas Shadwell (Londra 1675), per la quale Henry Purcell scrisse musiche di scena nel 1692. O l'egregio Dom Juan di Molière, rappresentato a Parigi nel 1665. Ma per quanto si voglia piluccare nella storia, occorre ammettere che Don Giovanni diventa immortale dopo Mozart. E' lui a creare uno dei pochi duraturi miti moderni; è lui che offre la materia per le meditazioni dei romantici, da Byron a Goethe ad altri.

Tali note ci sono sembrate doverose non perché qualcuno considera agosto il mese caro a Don Giovanni; del resto già Esiodo, due millenni e mezzo fa, credeva che l'astro Sirio in questo mese accentui il languore passionale delle donne. Le mettiamo piuttosto in margine a un libro di Umberto Curi, “Filosofia del Don Giovanni” (Bollati Boringhieri, pp. 224, euro 15). Di esso è appena uscita la nuova edizione riveduta e ampliata (la prima è del 2002 e la pubblicò Bruno Mondadori).

Curi è un conoscitore notevole della storia del pensiero e studia il mito attraverso tre momenti, ovvero de Molina, Molière e Mozart-Da Ponte. Tre capisaldi che gli consentono di ricostruire un personaggio che rispecchia contraddizioni, certezze ed erotismo del nostro tempo. Un mito ancora giovane, con il quale i conti sono appena cominciati.

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