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Economia Gli economisti

Pensavate che i miti sulla previdenza sociale fossero morti? Vi sbagliavate

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Questo articolo è stato pubblicato il 02 luglio 2010 alle ore 17:59.

La minaccia più grande per la previdenza pubblica americana oggi proviene dagli zombie, cioè da quegli argomenti che pur essendo già stati confutati continuano a riemergere e a confondere le acque.

Cinque anni fa da queste parti non si parlava d'altro che di privatizzare la previdenza pubblica, e la destra continuava a tirare fuori l'esempio del Cile, la terra del perfettissimo sistema pensionistico che aveva dimostrato senz'ombra di dubbio che le pensioni private erano la strada da seguire. Quando l'ex presidente George W. Bush portava avanti la sua campagna per una privatizzazione parziale della previdenza pubblica, citava spesso il radioso esempio del paese sudamericano per spiegare come curare i mali del sistema. Poi qualcuno cominciò ad analizzare la faccenda un po' più da vicino e scoprì che il sistema cileno in realtà presentava seri problemi (fra cui dei costi amministrativi elevatissimi), e che i cileni in realtà lo odiavano. Il tentativo di privatizzare le pensioni negli Usa finì rapidamente nel nulla. Poi, nel 2008, la presidente cilena Michelle Bachelet, usando i miliardi accumulati grazie alle vendite di rame, lanciò una riforma delle pensioni che integrò il disastrato sistema privato con la previdenza pubblica, mettendo una pietra tombale sulla discussione.


Ora questi zombie stanno uscendo di nuovo dalle tombe.

All'inizio dell'anno, l'amministrazione Obama ha creato una commissione di saggi, composta da 18 persone e guidata dall'ex senatore repubblicano del Wyoming Alan K. Simpson, per elaborare dei piani finalizzati a riportare il bilancio federale sotto controllo. Simpson ha prontamente rispolverato la vecchia sciocchezza sulla bancarotta prossima ventura della previdenza pubblica non appena gli introiti dei contributi diventeranno inferiori al livello delle pensioni erogate, forse addirittura già quest'anno. Dei venticinque anni di attivo dei conti previdenziali, dagli anni 80 in poi, non si tiene conto.


Siamo passati attraverso tutto questo già nel 2005, ma ripetiamolo ancora una volta.
La previdenza pubblica è finanziata da una tassa apposita. Ci sono due modi per vedere il problema. Il primo consiste semplicemente nel giudicare la previdenza come una parte del bilancio federale, e la tassa apposita semplicemente come un aspetto formale. C'è molto da dire al riguardo: il pagamento delle pensioni è un costo per il bilancio dello stato, mentre i contributi sono una fonte di entrate, e non hanno nulla a che fare l'uno con gli altri. Oppure si può analizzare la previdenza isolatamente dal resto. E dal punto di vista pratico, questo ha una grande importanza: fintanto che la previdenza pubblica avrà ancora soldi a cui attingere nel suo fondo fiduciario, non servirà nessuna nuova legge per continuare a pagare le pensioni.

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Ma non si può dire una cosa e il suo contrario. Non si può dire che la previdenza pubblica è stata in attivo per 25 anni, ma che questo non significava niente perché era semplicemente una parte del bilancio federale, e poi fare un'inversione a U e sostenere che quando gli introiti dei contributi scenderanno sotto agli esborsi per le pensioni la previdenza pubblica andrà in bancarotta anche se ha un mucchio di soldi nel suo fondo fiduciario.


Che cosa succederà quando gli introiti dei contributi scenderanno sotto agli esborsi per le pensioni? Niente. Gli assegni continueranno a essere erogati attingendo dal surplus.
E allora perché il copresidente della commissione ha ritirato fuori queste bugie? Perché non vuole dire la verità ai cittadini o perché gli zombie gli hanno divorato il cervello.
Nell'uno o nell'altro caso, non ha senso continuare con questa farsa.

© 2010 NYT - DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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