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La ripresa resta fragile. Servono scelte coraggiose e una politica industriale

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Questo articolo è stato pubblicato il 13 agosto 2010 alle ore 08:12.

L'economia mondiale è ripartita proprio come si era fermata due anni fa, dopo la scomparsa di Lehman Brothers il 15 settembre 2008. La ripresa di questi mesi è più dell'industria, ed è globale, come era stata l'industria e l'economia globale a frenare di più a fine 2008.

Ciò spiega le caratteristiche diseguali di questa ripresa, ad esempio sui due lati dell'Atlantico: si riprende di più l'economia europea, soprattutto quella di alcuni paesi manifatturieri del nostro continente, e non l'economia degli Usa. E ciò spiega anche perché la ripresa – tra i paesi più sviluppati – sia maggiore in quelli dove è maggiore il "peso" dell'industria: Germania, Giappone, Italia,

Siamo dunque dalla parte giusta per trarre beneficio di quello che per noi, paesi più ricchi, è per ora solo un "recupero" di livelli già conseguiti prima della crisi 2008/09. Mentre per i Bric, e per i Paesi che sono con essi più direttamente integrati, la ripresa ha già superato la caduta precedente e quindi è ben evidente che è il forte trend di crescita degli anni 2000 che là prosegue con la stessa intensità. Se questa interpretazione risulterà confermata anche nei prossimi mesi, ne derivano due problemi di cui il nostro governo (questo o il prossimo?) dovrebbe occuparsi.

Anzitutto, come accompagnare e sostenere una ripresa che per ora è stata limitata soprattutto alle esportazioni, e quindi confinata solo all'industria, e soprattutto nel centro-nord del paese. Una ripresa trascinata dalle esportazioni resta troppo fragile se non si accompagna presto a un forte rilancio degli investimenti. Anche perché è il cambiamento che caratterizza la nuova fase dell'economia globale oggi avviata, e solo con molti investimenti – anche in Italia! – ci garantiamo una presenza del paese nel futuro che si sta costruendo. Scoprire che le nostre migliori imprese investono ovunque meno che in Italia non sarebbe di grande soddisfazione.

Il secondo problema riguarda i nostri rapporti economici con le aree più dinamiche (Bric e paesi collegati a essi) e con quelle meno dinamiche (Stati Uniti in primo luogo). Il peso della storia è tale che noi continuiamo ancor oggi ad attribuire un'enorme importanza a ciò che succede dall'altro lato dell'Atlantico. Non solo ciò che Washington decide, ma anche cosa dice Bernanke, cosa scrive un economista di Boston o di Yale e financo cosa combina la moglie del presidente Obama!

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Tags Correlati: Germania | Imprese | Italia | Lehman Brothers | Stati Uniti d'America | Università di Yale

 

Ma se andiamo a vedere come si muove la nostra economia scopriamo che la dipendenza da quella americana continua a ridursi. È quanto dovremmo veder confermato nei prossimi mesi: l'ottimismo delle nostre aziende non è negativamente influenzato dal rallentamento americano interamente dovuto al suo minor inserimento nell'economia globale. Cioè in quel modello di produzione multinazionale che spiega ad esempio perché sia in Germania sia in Italia le esportazioni e le importazioni si muovono di conserva – ambedue in caduta due anni fa, ambedue in forte recupero ora. Come dare "gambe politiche" a questo inserimento dell'economia italiana nell'economia internazionale ben diverso dalla tradizione, è il secondo problema di cui un governo, e un futuro ministro dello Sviluppo, dovrebbero occuparsi.

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