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Strategie di vendita per il ribilanciamento globale

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Questo articolo è stato pubblicato il 07 settembre 2010 alle ore 15:50.


CHICAGO – L’ultimo summit del G20, svoltosi a Toronto la scorsa primavera, si è concluso con un accordo-non accordo. Anche se l’economia mondiale ha disperatamente bisogno di un ribilanciamento, il G20 ha lasciato a ogni paese la libertà di scegliere il pacchetto di provvedimenti nazionali più adatti. Sono andati tutti via pensando di aver vinto, ma il mondo ha largamente perso.

Il sistema economico mondiale è in forte squilibrio. Negli Stati Uniti le famiglie, che hanno speso troppo, ora sono oppresse dai debiti. In Europa e in Asia gli esportatori dipendono eccessivamente dalle vendite verso gli Stati Uniti e verso altri paesi indeboliti come Spagna e Regno Unito. Le azioni miopi intraprese da entrambi i fronti hanno contribuito a consolidare nel lungo periodo un modello di comportamento che rende solamente più arduo allontanarsi dall’insostenibile equilibrio di oggi.

Da sempre i cambiamenti turbano la tranquillità dello status quo e gli interessi che vi traggono beneficio. Ad esempio, la lobby immobiliare negli Stati Uniti non ha ovviamente alcun desiderio di vedere scemare il sostegno del governo per l’edilizia, malgrado gli Stati Uniti abbiano probabilmente più stock di immobili di quanto possano permettersi. Analogamente, in Cina la lobby dell’export non ha alcun interesse a rafforzare lo yuan, anche se è nell’interesse del paese far rivalutare la propria moneta nel lungo periodo.

Dobbiamo continuare a sperare che in qualche modo i futuri meeting dei capi di stato producano magicamente politiche dirette a riequilibrare l’attività economica mondiale. Sfortunatamente, i cambiamenti macroeconomici, a cui devono sottoporsi i vari paesi, prevedono azioni che persino i capi di stato non sono in grado di fare.

Nessun presidente USA può decidere unilateralmente di modificare la forma di sostegno e di spesa del governo; perché spetta al Congresso. In modo analogo, nessun presidente cinese può unilateralmente accordare una più rapida rivalutazione dello yuan; perché serve una decisione unanime raggiunta insieme ai vari apparatchik (funzionari) del Consiglio di stato e del Partito comunista. Inoltre, le riforme necessarie sia in America sia in Cina vanno ben oltre queste due fasi. Richiedono cambiamenti davvero profondi.

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Tags Correlati: Asia | Booth School of Business | Consiglio di Stato | Europa | Fmi | Partito Comunista | Politica | Raghuram Rajan | Stati Uniti d'America

 

Di conseguenza, siamo intrappolati tra un modello di domanda globale, insostenibile dal punto di vista finanziario, e la necessità di effettuare dei cambiamenti, difficili dal punto di vista politico, nelle strategie domestiche di molti paesi. Ma tutta la politica è locale, e non c’è un elettorato locale per l’economia globale, quindi i singoli trionfi spesso non fanno altro che peggiorare ulteriormente gli squilibri globali.

Il G20 ha chiesto al Fondo monetario internazionale di preparare una tabella di marcia con le politiche che i paesi dovranno seguire per rilanciare una crescita globale stabile. Ma né il G20 né il Fmi possono imporre la propria volontà ai governi nazionali – e nemmeno dovrebbero farlo. Allora, come possiamo andare oltre gli incontri di rito che fanno poco per promuovere l’agenda globale?

È ovvio che abbiamo bisogno di maggiore sostegno politico per tale agenda. Forse una strada è quella delle organizzazioni non governative (Ong), come Oxfam o Mothers against Land Mines. Tali movimenti utilizzano le pressioni dal basso per convincere i leader politici che c’è sostegno interno per un accordo internazionale.

L’abilità dei movimenti popolari di influenzare la politica è destinata a crescere. Come il potere di internet si diffonde tra social network e siti politici, e nello stesso tempo aumenta la democrazia virtuale, così anche questa influenza dal basso è destinata a crescere. Chi vuole influenzare i leader politici deve abituarsi a convincere direttamente i propri padroni, ovvero la gente comune.

Sfortunatamente, le Ong esistenti hanno difficoltà a sostenere la causa di propaganda della politica economica globale. Diversamente dalla fame e dalle mine anti-uomo, la causa degli squilibri globali non toccherà il pubblico abbastanza da attirare le donazioni necessarie per mantenere a galla le Ong.

Esiste però un’organizzazione che potrebbe fare questo lavoro: il Fmi. Se il Fmi reindirizzasse una porzione sostanziale delle proprie funzioni verso l’attività di persuasione delle persone influenti tra il pubblico mondiale, potrebbe avere maggiore impatto sulla politica macroeconomia globale di quanto non riesca a fare oggi, soprattutto su quelle politiche intraprese dai paesi che non necessitano dei suoi prestiti.

Il Fmi non è attualmente preparato ad affrontare questo compito. Se migliora le proprie abilità persuasive, deve imparare ad assomigliare di più a un gruppo di attivisti popolari, con discorsi incisivi, chiare raccomandazioni politiche e punti di discussione pronti per la TV. Deve arrivare direttamente al pubblico – inclusi partiti politici, organizzazioni non governative e personalità influenti – in ogni paese e spiegare la propria posizione. Il Fondo deve anche fare di più per promuovere la propria presenza sul web, nonché nelle scuole e nelle università, soprattutto considerato che gli studenti sono spesso i più ricettivi alle idee di cittadinanza globale.

E innanzitutto, il Fondo deve modificare la sua percezione dall’esterno. Deve essere visto come un’istituzione che rispetti la sovranità di ogni paese ma lavori per la res comune. A tal scopo sarà fondamentale un processo trasparente e corretto, che faccia arrivare le proprie raccomandazioni politiche, principalmente sulla base di una convincente attività di ricerca economica e di analisi dei dati. I paesi dovranno acconsentire ad accettare ed appoggiare l’impegno diretto del Fmi attraverso le proprie personalità influenti, purché sia assolto in buona fede. Le opinioni economiche espresse dal Fmi e rivolte al pubblico locale dovrebbero infine essere tutelate da un accordo internazionale, proprio come le ambasciate e le loro attività.

Se riuscissimo a fare questi cambiamenti – non bisogna minimizzare la portata di tale compito – forse durante i loro prossimi incontri i leader del G20 non penseranno che i propri cittadini non siano molto interessati ai risultati. Al contrario, dovranno efficacemente assolvere a un mandato politico volto al benessere dell’economia globale.

Raghuram Rajan è professore di finanza alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, e autore di Fault Lines: How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy (Linee erronee: come le fenditure nascoste minacciano ancora l’economia mondiale, ndt).

Copyright: Project Syndicate, 2010.www.project-syndicate.orgTraduzione di Simona PolverinoPer un podcast di questo articolo in inglese:

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