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Economia Aziende

Colaninno: prima dei diritti i doveri

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 dicembre 2010 alle ore 06:40.


I diritti? «Prima vengono i doveri». Alla presentazione milanese del 44esimo rapporto del Censis, il presidente di Alitalia e Piaggio, Roberto Colaninno, tornato da poche ore da Singapore, dice che «dobbiamo abituarci a lavorare di più, i diritti vengono dopo il dovere». In questi giorni l'esempio che per il manager mantovano è più calzante è la Fiat e il percorso che sta facendo il suo amministratore delegato, Sergio Marchionne. È «un'operazione straordinaria per i suoi azionisti – osserva Colaninno –, Marchionne ha colto l'opportunità di Chrysler e sta gestendo un'operazione molto difficile». «E se la Fiat va via dall'Italia cosa si fa? – chiede il manager –. Scompare un mestiere. Bisogna riscoprire il manifatturiero: è l'unica strada per progredire». Anche perché basta andare in giro per il mondo «per accorgersi che la domanda c'è e non riguarda motori ad acqua. C'è ancora bisogno di motori a benzina».
La ricca Italia non è più così ricca. Quello che Colaninno chiama il «Rinascimento» del sistema imprenditoriale italiano, cominciato nel 1945, è finito nel 2000 e «bisogna abituarsi a pensare che gli altri Paesi possono essere migliori di noi». Basta guardare non solo all'area Bric, ma anche a «Sudafrica, Colombia, Nigeria, Iran, Egitto e Pakistan che sono le nuove frontiere dello sviluppo economico».
Il riferimento cade su paesi che hanno una storia delle relazioni industriali molto diversa dalla nostra, su cui ragiona anche il presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari. Il conflitto tra capitale e lavoro deve continuare nel senso classico del passato? Io credo di no. La categoria del rischio deve essere solo in mano all'imprenditore? Io credo di no. La condivisione sul progetto di impresa e sulla conduzione strategica deve essere solo a capo dell'imprenditore? Io credo di no. I "credo di no" di Mussari indicano i punti di discontinuità da portare in una società che così com'è oggi e come ha descritto con i numeri il rapporto del Censis non «produce più ricchezza». «Dal 2000 al 2009 il Pil italiano è cresciuto dell'1,4%, la popolazione del 6% e l'occupazione dell'8,3% – precisa Giuseppe Roma, direttore generale del Censis –. Questo significa che in Italia abbiamo molto lavoro che non produce nulla».

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Ma abbiamo sempre più debiti di cui «ci stiamo accorgendo lentamente. È come una slavina», interpreta Mussari. Siamo un Paese mediamente ricco, con un buon risparmio, molte proprietà, ma «crescono i poveri», e «senza stabilità dei conti pubblici non c'è crescita possibile», aggiunge il banchiere. C'è da lavorare di più per tutti perché si avvicina la pressione di «quel miliardo di cinesi che ha voglia di correre e di fare le cose, anche le nostre. Se non corriamo anche noi verranno da noi ma soltanto per vedere i monumenti». La nostra produttività è in calo, la competitività diminuisce e non produciamo ricchezza. Il riflesso sociale «è che viviamo in un Paese meno giusto e meno equo – conclude Mussari –. C'è bisogno di una condivisione più profonda, il ruolo dell'imprenditore e dei sindacati deve essere diverso e deve determinare cambiamenti per entrambi. Rompiamo le consuetudini e le pigrizie ideologiche».
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