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Questo articolo è stato pubblicato il 15 aprile 2011 alle ore 17:54.

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È il centocinquantesimo anniversario dell'inizio della Guerra di Secessione, e il New York Times ha lanciato un blog speciale, Disunion, che copre gli eventi in «tempo reale», dando conto giorno per giorno di quello che successe nel 1861. Ottima iniziativa. Io però provo da tempo un interesse particolare non per il modo in cui cominciò la guerra, ma per il modo in cui terminò. Il 29 marzo del 1865. Phil Sheridan, un generale dell'Unione, diede il via a un'operazione di aggiramento che culminò, 11 giorni più tardi, nella resa di Robert Lee nel tribunale di Appomattox, in Virginia.

Perché trovo così affascinante la parte finale della Guerra di Secessione? Una delle ragioni è che le battaglie di Five Forks (Virginia), videro protagonisti alcuni dei personaggi famosi per il ruolo avuto nella battaglia di Gettysburg (Pennsylvania) del 1863: anche in questo caso si mise in luce per il suo eroismo Joshua Lawrence Chamberlain, e le forze sudiste sconfitte a Five Forks erano guidate nientemeno che da George Pickett.

Ma probabilmente il mio interesse nasce soprattutto dal simbolismo di quella resa finale: l'aristocratico generale Lee, in alta uniforme, che si arrende al ben poco aristocratico Ulysses Grant, comandante delle truppe nordiste, ancora sporco di fango e scompigliato per la lunga cavalcata. Fu, molto concretamente, la vittoria dell'America moderna, di una nazione democratica tanto nei modi quanto nella politica, su un ideale aristocratico.

Ed è significativo il modo in cui l'America moderna vinse. I confederati erano combattenti migliori: negli scontri diretti le truppe dell'Unione se la cavavano quasi sempre peggio, anche se il divario si ridusse sempre più con il progredire della guerra. Ma il Nord eccelleva nelle arti della pace, cioè nell'industria e nella capacità di fare le cose. Il Nord non riusciva a impedire a Bedford Forrest di colpire le sue linee di approvvigionamento; però riusciva a riparare le ferrovie con straordinaria rapidità. E fu questa superiorità dell'Unione nella logistica e nella produzione che alla fine si rivelò decisiva.

L'altra grande guerra morale americana, la seconda guerra mondiale, è stata simile. I film di guerra che guardavo quando ero bambino mostravano sempre eroi americani, ardimentosi e individualistici, che sconfiggevano nazisti perfettamente equipaggiati, ma in realtà era il contrario. Avevamo tanti eroi, ma la verità è che gli americani non sono mai stati versati nell'arte della guerra come i tedeschi. La nostra specialità era l'arte della produzione, dell'approvvigionamento. Onore agli eroi che presero d'assalto Omaha Beach, ma furono i moli galleggianti, l'oleodotto sottomarino attraverso il canale della Manica per il rifornimento di carburante e la superiorità aerea, tutti risultati ottenuti attraverso miracoli produttivi, che ci fecero vincere.

Ecco perché penso alle strade fangose a sud di Richmond (Virginia), dove 146 anni fa nacque definitivamente la nazione in cui credo.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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