Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2011 alle ore 15:31.

My24


NEW HAVEN – I cinesi hanno un’ammirazione di lunga data per il dinamismo economico proprio degli Stati Uniti. Ma hanno perso fiducia nel governo Americano e nella sua gestione economica disfunzionale. Questo messaggio mi è arrivato forte e chiaro durante i miei viaggi recenti a Pechino, Shanghai, Chongqing, and Hong Kong.

Avendo seguito a ruota la crisi dei subprime, il dibattito sul tetto massimo di indebitamento ed il deficit budgettario è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli alti funzionari cinesi sono sbalorditi per come gli Stati Uniti permettano alla politica di vincere sulla stabilità finanziaria. Un policy-maker di alto rango ha notato verso la metà di luglio: Tutto ciò è veramente scioccante… Noi capiamo come vanno le cose in politica, ma l’incuranza costante del vostro governo è incredibile.

La Cina non è uno spettatore innocente della discesa agli abissi americana. A seguito della crisi finanziaria asiatica alla fine degli anni ’90, la Cina ha raccolto circa 3,2 trilioni di dollari in riserve internazionali in modo da isolare il proprio sistema dagli shock esterni. I due terzi di questa somma – circa 2 trilioni di dollari - sono investiti in asset in dollari, soprattutto dei buoni del tesoro americano e dei titoli di agenzie quali Fannie Mae and Freddie Mac. Di conseguenza, alla fine del 2008 la Cina è diventata il più grande detentore straniero di attivi finanziari degli Stati Uniti, sorpassando così il Giappone.

Non soltanto la Cina si sentiva sicura nel collocare una tale somma in quella che era una delle componenti meno rischiose della valuta di riserva mondiale, ma la sua politica sui tassi di cambio non lasciava molta scelta. Per mantenere una relazione stretta tra renminbi ed il dollaro, la Cina dovette riciclare una parte spropositata di riserve internazionali in asset basati in dollari.

Quei giorni sono finiti. La Cina ha capito che non ha più senso continuare a seguire l’attuale strategia di crescita che consiste sostanzialmente in una combinazione di export ed un importante cuscinetto di riserve internazionali in dollari. Tre avvenimenti chiave hanno indotto la leadership cinese ad arrivare a questa conclusione:

In primo luogo, la crisi e la Grande Recessione del periodo 2008-2009 sono stati una chiamata d’allerta. Mentre l’industria esportatrice cinese è rimasta fortemente competitiva, ci sono ragionevoli dubbi sullo stato di salute della domanda estera per i prodotti cinesi nel dopo-crisi. Dagli Stati-Uniti all’Europa al Giappone – economie sviluppate, malmenate dalla crisi, che collettivamente costituiscono più del 40% delle esportazioni cinesi – la domanda dei consumatori finali dei prodotti cinesi, negli anni a venire, probabilmente crescerà ad un ritmo meno sostenuto rispetto a quanto ha fatto negli ultimi 30 anni, periodo del boom delle esportazioni cinesi. Alla lunga il più potente motore della crescita cinese, adesso si è di fronte ai lati negativi di un impeto basato sulle esportazioni.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi