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Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2011 alle ore 18:09.

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Il testo dell'accordo raggiunto dall'Unione Europea sulla Grecia, denominato «Dichiarazione dei capi di Stato o di Governo dell'zona euro e delle istituzioni dell'UE», è stato reso noto. È particolarmente istruttivo: come le generiche immagini di ponti e porte stampate sulle banconote dell'euro mostra quanto gli europei siano lontani dall'avere un'unione reale e funzionante.

Così recita il documento: «Tutti gli Stati membri della zona euro rispetteranno rigorosamente gli obbiettivi di bilancio concordati, interverranno per migliorare la competitività e affronteranno il problema degli squilibri macroeconomici. Il disavanzo di bilancio in tutti i Paesi, tranne quelli sottoposti a un programma, dovrà scendere al di sotto del 3 per cento al più tardi entro il 2013».

Quindi tutti dovranno tagliare; ma tutti dovranno anche «migliorare la competitività». E mentre gli spagnoli ridurranno il loro costo del lavoro in Spagna rispetto alla Germania, i tedeschi ridurranno il loro costo del lavoro in Germania rispetto alla Spagna.
Progresso a trecentosessanta gradi!

Traduzione greca
Joseph Cotterill recentemente ha riassunto sull'edizione online del Financial Times l'accordo sulla Grecia: se non siete confusi è perché non state attenti.

«Senza pretendere di dar conto di tutte le complessità della questione, diciamo che l'Argentina è una prospettiva ben presente nella nostra mente, e per capire perché cominciamo dalla parte più complessa. Avrete sicuramente visto che l'offerta per gli obbligazionisti è divisa in quattro parti, con un misto di obbligazioni alla pari e sotto la pari, con varie garanzie collegate», scrive Cotterill il 22 luglio.

«Tutto questo in effetti ricorda più l'offerta di concambio fatta dall'Argentina ai creditori nel 2005, dopo il default, che la conversione del debito che effettuò nel 2001, prima del default (e naturalmente ricorda tutte le ristrutturazioni del debito fatte sul modello del piano Brady)». Per quanto mi riguarda, si tratta di una variante dei piani Brady (da Nicholas Brady, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti) che furono adottati dai Paesi latinoamericani alla fine degli anni 80. Anche in quei casi i creditori ebbero la scelta tra accettare condizioni di rimborso più favorevoli al debitore o accettare una riduzione del capitale.

La differenza in questo caso è che l'accordo apparentemente è volontario: i creditori possono decidere semplicemente di restare nella situazione in cui si trovano ora. La minaccia implicita, presumibilmente, è che se non aderiscono all'accordo oggi, domani potrebbe arrivare un default che li lascerebbe al verde. (Traduzione di Fabio Galimberti)

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