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Questo articolo è stato pubblicato il 11 settembre 2011 alle ore 16:45.

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PARMA. Più internazionalizzata e più solida dal punto di vista patrimoniale. Sfoltita dai processi di selezione innescati dalla crisi del 2009 ma di nuovo in ripresa, anche se a un ritmo più lento rispetto al vicino Veneto, e un po' più poliglotta. È la "Via Emilia" che riparte e si guarda allo specchio, dopo due anni di apnea e con la paura di ritrovarsi al punto di partenza dopo la tempesta dell'estate 2011. All'incertezza di oggi si aggiungono questioni vecchie, come il prelievo fiscale troppo sbilanciato sulle Pmi, quelle a più alta intensità di manodopera perché a maggiore valore aggiunto.

Può vantare produzioni di qualità tagliate su misura per il cliente (tailor made) nei settori indicati col "rating 4A" da Marco Fortis (abbigliamento-moda, arredo-casa, automazione-meccanica, alimentare-vini) e considerati punti di forza del Quarto capitalismo in cui si è evoluto il sistema imprenditoriale del Nord Est, Emilia compresa. Settori che però espongono il fianco ad un meccanismo tributario penalizzante per il fattore lavoro.

Sulle mutazioni del modello imprenditoriale emiliano ha acceso da tempo i riflettori la Cattedra Jean Monnet in economia industriale dell'università di Parma di cui è titolare Franco Mosconi, con un progetto di ricerca sponsorizzato dalla Fondazione Cariparma che si concluderà in autunno. «Se devo indicare due segni della "metamorfosi del modello emiliano" – spiega Mosconi anticipando alcune conclusioni dello studio che ha coinvolto esperti di banche, università e centri di ricerca – a livello macro il fatto più rilevante è che le esportazioni delle imprese emiliano-romagnole verso i "Bric" (Brasile, Russia, India e Cina) più Sud Africa e Turchia hanno superato nel 2010 il 10% dell'export totale. Sono le "nuove vie della seta" sulle quali bisogna proseguire». Nel primo trimestre in molti distretti (si veda grafico in pagina) la crescita delle esportazioni è stata a doppia cifra, in qualche caso sopra il 50 per cento. Nel 2010 le vendite all'estero sono aumentate del 10,7% a 42,3 miliardi, il 2011 si è aperto con un +19,2% nel primo trimestre e secondo Unioncamere Emilia Romagna sul commercio estero si fondano le migliori aspettative per i prossimi due anni, pur nel clima di prudente incertezza delle ultime settimane.
«A livello micro – aggiunge Mosconi – la trasformazione si vede negli ingenti investimenti in R&S, tecnologia e capitale umano di qualità. Per restare qui a Parma, Chiesi farmaceutici e Dallara Automobili sono due "primi della classe" da cui prendere esempio» (vedi articolo in basso).

Dall'ultima indagine congiunturale di Unioncamere viene fuori che sono soprattutto le imprese più strutturate a beneficiare della crescita dell'export, portandosi dietro anche i fornitori, compresi i più piccoli. Chi non ha questo traino è in difficoltà. «In ogni caso, l'indicatore congiunturale che tiene in conto produzione, ordini e fatturato dice che siamo ancora sotto i livelli del 2008» spiegano all'ufficio studi.

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