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Questo articolo è stato pubblicato il 30 settembre 2011 alle ore 18:36.

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Paul Krugman (Ap)Paul Krugman (Ap)

A quanto sembra certi commentatori hanno deciso che il presidente Obama l'ha sparata grossa quando ha detto che certi milionari pagano aliquote inferiori a quelle delle loro segretarie, perché, come dichiarano trionfanti i soliti noti, mediamente i milionari pagano tasse più alte del ceto medio.

Ovviamente si tratta di una stupidaggine. Obama non ha detto «i milionari», ha detto «certi milionari».

E non stiamo parlando nemmeno di un paio di casi eccezionali. Guardate i dati dell'Irs (l'Agenzia delle entrate americana) sugli introiti ricavati dai 400 redditi più alti negli Stati Uniti, consultabili sul sito dell'agenzia. Analizzando le cifre dal 2004 a oggi si vede che mediamente il 30-40 per cento di questi superredditi ha pagato un'aliquota media inferiore al 15 per cento, e la maggioranza ha pagato meno del 20 per cento. Si tenga a mente che per i ricchissimi l'imposta sul ruolo paga (in pratica, i contributi), che rappresenta il maggior onere fiscale per i lavoratori americani, è trascurabile a causa del tetto ai contributi pensionistici e al fatto che si applica solo ai redditi di lavoro. E si vede anche inequivocabilmente che l'affermazione di Obama sulla segretaria di Warren Buffett che paga un'aliquota più alta di Warren Buffett stesso è assolutamente e indiscutibilmente vera.

E allora perché questo attacco? Probabilmente perché colpisce nel segno. Un populismo che dice la verità non è tollerabile.

Le conseguenze dei tagli alle tasse
Ora che tassare i ricchi è al centro del dibattito politico, aspettiamoci un'inondazione di tecnicismi e cifre contraddittorie. Ma bisogna pur provarci, e perciò eccovi un paio di osservazioni:

Una è che bisogna fare attenzione a un trabocchetto tipico, quello di identificare le «tasse» con le «tasse sul reddito». La maggior parte degli americani paga più imposte sul ruolo paga (per finanziare servizi sociali come la sanità pubblica e la previdenza) che tasse sul reddito.
Immaginiamo di essere nel 1979 e che l'individuo A sia un lavoratore a basso reddito, che paga in tasse il 12 per cento del suo reddito (sostanzialmente, contributi e poco altro). L'individuo B invece è molto ricco e paga in tasse il 40 per cento del suo reddito, come succedeva mediamente trent'anni fa per i redditi molto alti.

Ora supponiamo che trent'anni di politiche di destra portino a una riduzione del 25 per cento delle aliquote individuali per entrambe le categorie: nel caso di A, l'aliquota passerà dal 12 al 9 per cento, nel caso di B dal 40 al 30 per cento.

Avrebbe senso dire che hanno beneficiato allo stesso modo dei tagli delle tasse? Ovviamente no. Il reddito netto di A è salito dall'88 al 91 per cento del reddito lordo, con un guadagno del 3,4 per cento. Il reddito netto di B è salito dal 60 al 70 per cento del reddito lordo, con un guadagno del 16,7 per cento. Pertanto, la distribuzione del reddito netto è diventata molto meno equa di prima. E ora c'è la destra che torna alla carica e sostiene che tagliando le tasse si migliora la distribuzione del reddito. Ma è falso. E comunque, tagliare le tasse è una scelta, una scelta che porta a chiedere decurtamenti dei programmi sociali destinati ai poveri e al ceto medio per tappare i buchi di bilancio aperti proprio da quei tagli delle tasse. La sostanza è che sì, la politica fiscale di questi ultimi trent'anni è stata molto sbilanciata a favore dei ricchi.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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