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Questo articolo è stato pubblicato il 07 ottobre 2011 alle ore 17:58.

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(Corbis)(Corbis)

I professori di Economia Nicholas Z. Muller, Robert Mendelsohn e William Nordhaus hanno pubblicato un nuovo studio, sull'ultimo numero dell'American Economic Review, che è molto indicativo del nostro modo di discutere dell'ideologia economica. Naturalmente non cambierà nulla, ma espongo comunque il problema.

Nel loro studio, intitolato Environmental Accounting for Pollution in the United States Economy, Muller, Mendelsohn e Nordhaus calcolano i costi dell'inquinamento atmosferico per la società, distribuendoli tra i vari settori economici. I tre non includono nel calcolo i pericoli a lungo termine rappresentati dai cambiamenti climatici: si concentrano sugli impatti misurabili dell'inquinamento in termini di salute e produttività, soprattutto sulle conseguenze delle sostanze inquinanti – in particolare le polveri sottili – sulla salute umana, e usano metodi di valutazione standard per tradurre i tassi di mortalità e morbilità in valori monetari.

Anche adottando questa definizione ristretta, i tre studiosi hanno scoperto che i costi dell'inquinamento atmosferico sono elevati e sono concentrati in gran parte in pochi settori industriali. Anzi, c'è una serie di settori industriali che fa più danni, in termini di inquinamento atmosferico, del valore aggiunto che produce ai prezzi di mercato. È importante essere chiari su cosa significa tutto questo: non vuol dire che dovremmo smettere di usare l'energia elettrica generata dal carbone, vuol dire che i consumatori pagano un prezzo troppo basso per questo tipo di energia, perché il prezzo che pagano non tiene conto dei costi esterni ingentissimi legati alla sua produzione; se i consumatori dovessero pagare il prezzo effettivo, ne userebbero molta meno (forse non la userebbero affatto, ma questo dipenderebbe dalle alternative).

Per certi versi questo è l'abc dell'economia. Le esternalità come l'inquinamento atmosferico sono una delle forme classiche di insuccessi del mercato e l'economia di base dice che la soluzione sono tasse sull'inquinamento o un sistema di quote di emissioni scambiabili che portino alla formazione del prezzo corretto. Quello che fanno Muller e compagnia è tradurre in cifre questo assioma di fondo: e sono cifre consistenti. Perciò, se veramente credete nella logica del libero mercato, dovreste essere tutti a favore delle tasse sull'inquinamento, giusto? Ah ah ah ah! La destra americana dei nostri giorni non crede nelle esternalità o nella necessità di correggere gli insuccessi del mercato: crede che il mercato non sbagli mai e che il capitalismo senza regole faccia sempre tutto nel modo giusto. E quando vengono messi di fronte all'evidenza che i prezzi di mercato in realtà sono sbagliati, si limitano ad attaccare la scienza. Tutto questo ci dice che nella realtà non c'è nessun dibattito sull'economia. I fautori del libero mercato non basano le loro tesi su un modello di funzionamento dell'economia, ma su una specie di combinazione fra l'istinto a difendere i ricchi contro tutti gli altri e la fede mistica nella capacità dell'interesse egoistico di condurre sempre al bene comune.
E si sbagliano, ogni santo momento.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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