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Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2011 alle ore 18:23.

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Ryan Avent, che scrive di economia sull'«Economist», mi ha intervistato via mail sul ruolo della blogosfera nel dibattito economico, per il numero natalizio della prestigiosa rivista britannica. Non so quali dei nostri scambi verranno pubblicati, ma avendo dovuto far mente locale sulla questione ho deciso di pubblicare qui alcune delle mie riflessioni.

Il problema, o forse semplicemente la questione, è se questa ascesa degli «econoblog» non rischi di svilire la qualità della discussione, di creare una situazione per cui il primo che si sveglia può intervenire nel dibattito economico, mentre ai bei vecchi tempi per dire la propria bisognava prima pubblicare sulle riviste di settore, e dunque passare sotto il vaglio degli esperti che visionano il saggio prima di dare il via libera alla pubblicazione.

La mia opinione è che il sistema non ha mai funzionato in questo modo, almeno non da quando svolgo la professione di economista. E se si pensa a come funzionava normalmente il dibattito economico prima, si vedono i blog sotto una luce diversa, più lusinghiera.

Tanto per cominciare, gli studi e le ricerche sulla politica economica non sono mai stati imperniati sulle riviste specializzate, come ci piace immaginare. Gran parte della discussione avveniva sempre attraverso documenti di lavoro della Federal Reserve e del Fondo monetario internazionale, e perfino attraverso rapporti degli uffici studi delle banche d'affari. L'ascesa e declino della politica della Fed incentrata sugli aggregati monetari, ad esempio, fu un dibattito che non si svolse sulle pagine del Journal of Political Economy e del Quarterly Journal of Economics.

Anche per le ricerche di genere più accademico le riviste di settore hanno cessato di essere uno strumento di comunicazione molto tempo fa, di sicuro da oltre vent'anni. I nuovi studi venivano illustrati con seminari e diffusi sotto forma di documenti di lavoro del National Bureau of Economic Research, ben prima che qualcosa comparisse su una rivista. Interi filoni di letteratura scientifica potevano fiorire, svilupparsi e passare di moda prima che anche un solo articolo uscisse su una rivista (è successo a me con le zone obbiettivo alla fine degli anni 80: il mio documento di lavoro originario, del 1988, aveva già generato una nutrita letteratura derivata nel momento in cui fu effettivamente pubblicato). Le riviste svolgono da tempo la funzione di lapidi funerarie, certificazioni utili per i comitati che devono decidere a chi assegnare la cattedra universitaria, più che forum in cui si discutono e confrontano le idee.

I blog, da un certo punto di vista, hanno reso più aperto questo processo. Vent'anni fa era possibile, e anche normale, mettere in circolazione uno studio e suscitare un dibattito ampio su di esso senza dover passare attraverso il vaglio delle riviste, ma per riuscirci bisognava far parte di certi ambienti, e sostanzialmente bisognava essersi laureati in un'università prestigiosa, far parte di quel gioco. Ora non importa da dove vieni, puoi riuscire comunque a farti sentire: una sorta di cerchio magico in cui non è facile penetrare esiste ancora, ma ha contorni meno formali e l'incarico che rivesti o l'università che hai frequentato non hanno più lo stesso peso di un tempo.

Dal momento che esiste una sorta di principio di conservazione, il fatto che sia più facile per persone dotate di credenziali meno illustri far sentire la propria voce significa che le persone che quelle credenziali le possiedono non hanno, come prima, la garanzia di essere trattate con i guanti. E quindi sì, abbiamo visto nomi famosi finire sotto il fuoco delle critiche – critiche giustificate – mentre dei signor nessuno diventavano protagonisti. Tutto questo è un bene! È sempre accaduto che degli economisti famosi dicessero delle castronerie: ora devono renderne conto.

E questo processo ha anche dimostrato come stanno realmente le cose. Se certi economisti famosi sembrano mostrarsi intellettualmente nudi, non è perché hanno deciso di cambiare abito, ma perché per altre persone è diventato più facile di un tempo dire la loro.

Come potete vedere, ritengo che l'econoblogosfera sia un fenomeno positivo. Per gli economisti ora è diventato più difficile mettere a tacere gli altri mostrando le stellette (anche se qualcuno ci prova ancora), ma questo è un bene.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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