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Questo articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2012 alle ore 07:22.

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A oltre un anno dalla scadenza, il rinnovo del contratto è stato raggiunto. Ma per una tessera che va finalmente a posto, altre restano in movimento e la più difficile da sistemare è proprio l'occupazione. I piani di UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi, Banco Popolare, Mps e Bnl parlano chiaro: i sei maggiori gruppi nazionali, entro il 2015, prevedono l'uscita di circa 16.500 dipendenti. Che potrebbero aumentare.

L'Associazione bancaria ripete che la crisi del settore è peggiore di quella del biennio 1997/98. Dopo Unicredit, che ha appena varato un aumento di capitale da 7,5 miliardi, altri istituti italiani considerati sottopatrimonializzati dall'European Banking Authority dovranno presentare entro domani alla Banca d'Italia i piani di rafforzamento del capitale. Banca Mps deve trovare 3,27 miliardi, Banco Popolare 2,73 e Ubi 1,39. Non a caso le capitalizzazioni di Borsa dei primi cinque gruppi quotati sommate a quelle di Mediobanca sono crollate a poco più di 30 miliardi cioè, come ricordava Fabio Pavesi su queste colonne, un quarto appena del capitale investito. D'altronde l'evidenza lampante della fortissima difficoltà non emerge solo dalle valutazioni - esageratamente pessimiste, forse - espresse dal mercato.

I quadro è fosco. Il gruppo UniCredit intende ridurre i propri dipendenti di 7.290 unità entro fine 2015: in Italia lasceranno circa 5.200 bancari, uno su otto. L'obiettivo del Piano strategico 2013/15 è stato presentato il 14 novembre. Solo il 18 ottobre 2010, con l'accordo sul 'bancone', furono pattuiti per il triennio 2011/13 oltre 3mila esuberi volontari e incentivati e 2.200 assunzioni. A ottobre i sindacati hanno bloccato (per ora) l'esternalizzazione a una newco controllata da Hewlett Packard (che applica il contratto metalmeccanico) le Risorse umane dello Shared Services Center, il 'consorzione' di gruppo che conta 350 addetti.
L'altro campione nazionale, Intesa Sanpaolo, con il 'Progetto 8.000' prevede oltre 5.600 uscite volontarie incentivate.

Tra le grandi Popolari, il 'bancone' porterà al Banco Popolare 650 esuberi, con 301 esodi volontari nel 2012-13. In Ubi i sindacati contestano 'lo stravolgimento' annunciato il 14 novembre del Piano 2011/15 presentato il 10 giugno, che stabiliva 2mila uscite lorde. Le inattese fusioni infragruppo riguardano oltre 900 lavoratori. Altre centinaia sono coinvolte nella riduzione della rete degli sportelli. La Popolare di Milano, ai ferri corti con Banca d'Italia, per ora tace ma gli ispettori della Vigilanza hanno contestato che il costo del lavoro (i dipendenti del gruppo sono quasi 8mila) è molto superiore alla media di sistema.

Ma la vera, grande incognita è una banca-città: Siena. Il piano 2011/15 del Monte Paschi prevedeva 1.400 uscite dal 2011 al 30 giugno 2014. Cifre frutto della solida tradizione di buone relazioni industriali che però ora è in frantumi. I sindacati - che temono per l'indipendenza dell'istituto: il sangue contradaiolo non mente - nei giorni scorsi hanno chiesto le dimissioni del presidente della Fondazione, Gabriello Mancini, e del presidente della banca (e dell'Abi), Giuseppe Mussari, per aver messo «in discussione le scelte industriali sin qui compiute». La protesta, espressa anche alle istituzioni locali, giovedì 12 gennaio è sfociata in un presidio in Piazza Salimbeni durante il CdA che ha nominato Fabrizio Viola nuovo direttore generale. Viola ha indicato chiaramente la necessità di «attuare alcune dismissioni parziali, con un'ottica industriale mirata ad alleanze strategiche e non per far cassa». Il deconsolidamento di strutture interne e 'fabbriche di prodotto' sarebbe necessario per far rientrare Mps nei requisiti patrimoniali senza ricorrere ad altri aumenti di capitale o nuovi Tremonti bond.

Bnl, controllata dalla francese Bnp Paribas, il 22 novembre il management ha presentato il piano di ristrutturazione 2012-14, effetto diretto del riassetto della casa madre. Gli organici italiani caleranno di 1.012 unità dai 14.040 a fine 2011 a 13.028 a fine 2014. È vero che altri gruppi, come CariParma- Friuladria (anche questo controllato dai francesi di Crédit Agricole) sono andati assumendo. È vero che il settore delle Bcc tiene, pur tra difficoltà. Ma il 'posto in banca' non è più a vita come un tempo.

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