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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2012 alle ore 18:32.

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(Corbis)(Corbis)

Sul suo blog The Big Picture, l'autore e commentatore Barry Ritholtz cita un saggio della Federal Reserve di San Francisco, della scorsa estate, che sottolinea un punto sul quale molti sembrano avere le idee confuse: nonostante la globalizzazione e tutto il resto, il grosso della spesa per consumi in America ricade su beni e servizi prodotti in America.

Secondo il saggio, intitolato «I contenuti americani del made in China», «I beni e servizi provenienti dalla Cina rappresentano solo il 2,7 per cento della spesa personale per consumi negli Stati Uniti del 2010, e meno della metà di questa percentuale riflette il costo effettivo delle importazioni dalla Cina: il resto va ad aziende e lavoratori americani che trasportano, vendono e commerciano beni recanti l'etichetta made in China».

Perché è importante questa cosa? La ragione – o almeno una delle ragioni – ha a che fare con il dibattitto su austerità, stimoli e così via. Spesso mi arrivano commenti del tipo: «Beh, forse gli stimoli funzionavano ai vecchi tempi, ma oggi significa solo che spendiamo più soldi per cose prodotte in Cina». Non è neanche lontanamente vero.
Perché? Innanzitutto perché la maggior parte della spesa per i consumi riguarda servizi, e sono ancora pochi i servizi effettivamente scambiabili. In secondo luogo perché anche se l'oggetto che acquistate da Walmart reca la scritta made in China, nel prezzo è inclusa una cospicua quota di valore aggiunto Usa, sotto forma di trasporti e vendita al dettaglio.
Secondo le stime del saggio (consultabile su frbsf.org), gli Stati Uniti sono ancora un Paese dove l'85 per cento del denaro speso da un consumatore resta, in un modo o nell'altro, in patria. E questo significa, fra le altre cose, che le regole della macroeconomia non sono cambiate tanto quanto la gente si immagina.

Apple e agglomerazione
Il recente articolo del New York Times sulla produzione della Apple, intitolato «Perché gli Stati Uniti ci hanno rimesso sull'iPhone», di Charles Duhigg e Keith Bradsher, era eccellente e ci tornerò sopra quando avrò un po' di tempo.

Una cosa però vale la pena dirla subito, ed è che l'articolo è soprattutto un saggio sulle economie di agglomerazione. «‘Ormai tutta la catena logistica sta in Cina', ha detto un altro ex alto dirigente della Apple. ‘Ti servono mille guarnizioni in gomma? Vai alla fabbrica accanto. Ti servono un milione di viti? Vai alla fabbrica un isolato più in là. Ti serve che quella vite sia fatta in maniera leggermente diversa? Bastano tre ore'».

Il punto è che le fabbriche non sono isolate dal contesto: è molto utile per uno stabilimento industriale far parte di un agglomerato manifatturiero, con fornitori specializzati e un ampio bacino di manodopera con le competenze giuste a disposizione. Sono gli aspetti che ho messo in evidenza nei miei lavori sugli scambi commerciali e sulla geografia economica. Le implicazioni politiche non sono scontate come potreste immaginare.
Ma ci tornerò su quando avrò il tempo per farlo nel modo giusto.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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