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Questo articolo è stato pubblicato il 01 febbraio 2012 alle ore 17:39.
Il capitalismo fa male alle coronarie
L’elefante nella stanza che tutti fingono di non vedere è l’enorme e sistematico fallimento conseguito sul fronte della regolamentazione quando si è trattato di riformare l’odierno capitalismo occidentale. Certo, si è detto molto sull’insana dinamica politica-regolamentazione-finanza che ha causato un attacco di cuore all’economia globale nel 2008 (avviando quello che io e Carmen Reinhart definiamo La seconda grande contrazione). Ma il problema si limita al settore finanziario o forse esemplifica una debolezza più profonda del capitalismo occidentale?
Prendiamo in considerazione il settore alimentare, ed in particolare la sua influenza, talvolta malsana, su nutrizione e salute. I tassi di obesità stanno schizzando alle stelle in tutto il mondo, sebbene tra i Paesi capitalisti il problema si presenti con maggiore gravità negli Stati Uniti. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, circa un terzo degli adulti americani sono obesi (con un indice di massa corporea superiore a 30). Ma la cosa più scioccante è che oltre un bambino e adolescente su sei è obeso, un tasso che è triplicato dal 1980. (Tra l’altro, mia moglie produce uno show in televisione e sul web, chiamato , finalizzato a combattere l’obesità infantile).
Ovvio, i problemi sull’alimentazione sono stati evidenziati con vigore da esperti di nutrizione e salute, tra cui e , e sicuramente anche da numerosi economisti. Ed esistono numerosi altri esempi, che coprono un’ampia gamma di beni e servizi, a cui poter attingere. In questo contesto, tuttavia, vorrei focalizzarmi sul nesso tra il settore alimentare e i grandi problemi legati al capitalismo contemporaneo (che ha certamente agevolato l’esplosione dell’obesità in tutto il mondo), e sui motivi per i quali il sistema politico americano abbia riservato scarsa attenzione a questo tema (sebbene la First Lady Michelle Obama si sia mobilitata per combattere questo problema).
L’obesità influisce sull’aspettativa di vita in molti modi, che vanno dalle malattie cardiovascolari ad alcune forme di tumore. Nelle sue manifestazioni morbide, l’obesità può anche incidere sulla qualità della vita. I costi non solo ricadono sulle spalle dei singoli individui, ma anche sulla società – direttamente tramite il sistema sanitario, e indirettamente con una perdita di produttività e un aumento dei costi di trasporto (più carburante per gli aerei, sedili più larghi e altro).
Ma l’epidemia dell’obesità non rappresenta affatto un flagello per la crescita. È noto che gli alimenti a base di granoturco, altamente raffinati e contenenti molti additivi chimici, favoriscano l’aumento di peso, anche se, visti da una prospettiva convenzionale che contempla la crescita, sono una gran cosa. Le grandi aziende agricole ci guadagnano dalla coltivazione del granoturco (spesso sovvenzionata dal governo), e le società specializzate nella raffinazione alimentare ci guadagnano per l’aggiunta di tonnellate di agenti chimici atti a creare a un prodotto che dia assuefazione e quindi sia irresistibile. E non finisce qui. Gli scienziati vengono pagati per trovare il giusto mix di sale, zucchero e agenti chimici che dia ai cibi pronti la massima assuefazione; i pubblicitari vengono pagati per vendere il prodotto, e le case farmaceutiche fanno una fortuna trattando la malattia che inevitabilmente ne consegue.
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