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Questo articolo è stato pubblicato il 02 marzo 2012 alle ore 21:25.

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È un po' che non parlo dell'alluvione di articoli che invocano, o prendono pensosamente in esame, la discesa un campo di un terzo candidato «centrista» nella corsa alla Casa Bianca. Ovviamente è una sciocchezza, e per più motivi.

Tanto per cominciare perché se guardate a quello che vorrebbero questi opinionisti da un candidato del genere lo trovate già per intero nelle proposte del presidente Obama. In secondo luogo perché non succederà. In terzo luogo perché il candidato che gli opinionisti preferirebbero, cioè Michael Bloomberg, il sindaco di New York, ha mostrato di non sapere nulla di nulla sulla crisi economica.

«Non sono state le banche a creare la crisi dei mutui» ha detto primo cittadino della Grande Mela in occasione di una tavola rotonda nel novembre scorso. «È stato, molto semplicemente, il Congresso, che ha costretto tutti a erogare mutui a persone che erano al limite».
Ma mi sono accorto che c'è di peggio. A quanto sembra, il prerequisito dell'eroe centrista è di essere una persona che di fronte a una catastrofica recessione prodotta dagli abusi del settore privato e a una spesa gravemente insufficiente, dichiara che la nostra priorità più urgente è… ridurre il deficit di bilancio.

Spesso si sente dire che posizioni del genere sono posizioni coraggiose, ma è una baggianata: nessuno è mai stato messo al bando a Washington per aver chiesto tagli allo Stato sociale. E oltre a essere una posizione totalmente convenzionale è anche una posizione profondamente sbagliata, e a mio parere anche un po' immorale perché equivale a sfruttare una crisi per portare avanti un programma politico che con la crisi non ha nulla a che vedere.

In bilico sui dati
C'è stato un interessante scambio di battute fra Ezra Klein, del Washington Post, e Ryan Avent, dell'Economist, sulla possibilità che Obama possa incontrare problemi negli Stati elettoralmente in bilico, anche se l'economia nazionale sta leggermente migliorando. Negli Stati in bilico il tasso di disoccupazione è più alto della media nazionale, ma quello che decide le elezioni di solito è il ritmo, non il livello del cambiamento, e da questo punto di vista le cose non sono così chiare.
Non ho resistito alla tentazione di fare qualche calcolo. Ho messo in fila gli Stati in base al distacco registrato da John McCain nel 2008 (ho preso i dati da USEelectionAtlas.org) e ho deciso che sono Stati in bilico quelli compresi fra il Missouri e il Nuovo Messico, dando per scontato che Obama non riuscirà a prendere il Montana e che dubito fortemente, nonostante il nostro chiassoso governatore Chris Christie, che Mitt Romney possa conquistare il New Jersey.

Poi ho preso in esame le variazioni del tasso di disoccupazione fra il dicembre 2010 e il dicembre 2011 (i dati di gennaio scorporati per i singoli Stati non sono ancora disponibili), quindi ho estratto una media ponderata in base al numero di grandi elettori.

E i risultati sono… irrilevanti. Il mio Stato in bilico «medio» ha registrato una riduzione della disoccupazione di 1,1 punti percentuali, contro un calo nazionale di 0,9. Non è una gran differenza.

Ma in base ai normali parametri della politica, un calo della disoccupazione dell'1,1 o dello 0,9 per cento è sufficiente per garantire buone possibilità al presidente Obama. Se la situazione occupazionale continuerà a migliorare sentiremo molti più schiamazzi dalla sponda repubblicana quando arriverà novembre. (Traduzione di Fabio Galimberti)

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