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Questo articolo è stato pubblicato il 09 marzo 2012 alle ore 15:40.

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L'economista Brad DeLong fa notare che il Partito repubblicano che vediamo in queste primarie è stato costruito negli ultimi vent'anni: «Nel 1993 andai a Washington a lavorare per quello che chiamavamo ‘il Tesoro di Lloyd Bentsen' [ministro del Tesoro nei primi due anni dell'amministrazione Clinton] come esponente di un centro assennato, tecnico e bipartisan», ha scritto DeLong sul suo blog il 28 febbraio.

«E mi ci vollero solo due mesi – due mesi – per giungere alla conclusione che la migliore speranza di poter governare l'America sulla base del buon senso e della competenza tecnica stava nell'eliminazione del Partito repubblicano dal nostro sistema politico il più in fretta possibile. […] Da allora tutto quello che è successo non ha minimamente messo in discussione o modificato quella convinzione, anzi l'ha rafforzata».
Non posso non pensare al mio caso, a questi dieci anni e più passati nelle trincee giornalistica. Fin dall'inizio della mia collaborazione con il New York Times, sentii che non avevo altra scelta che sottolineare una verità scomoda, e cioè che la linea ufficiale dell'élite degli opinionisti era completamente sbagliata. George W. Bush non era un brav'uomo, schietto e onesto, casualmente di idee politiche conservatrici: era un bugiardo matricolato, che portava avanti un programma radicale e che, fra le altre cose, aveva deliberatamente ingannato la nazione per farla scendere in guerra.

Tutto questo mi ha fruttato l'etichetta di «petulante». E non solo: in questi dieci anni e passa sono stato accusato di essere sgarbato e villano, per tacere della mia inaccettabile faziosità, perché sostenevo che forse i due grandi partiti non si comportano esattamente allo stesso modo, che ad esempio la riluttanza dei Democratici a tagliare le pensioni e la sanità non è la stessa cosa della persistente pressione dei Repubblicani per introdurre tagli delle tasse senza copertura, che l'occasionale desiderio dei Democratici di mettere i dati di fatto in una luce più favorevole non è la stessa cosa della costante, grossolana disonestà che promana dal fronte destro dello spettro politico.

E dagli opinionisti di grido ci si aspettavano appelli al dialogo fra i partiti, che implicavano far finta che fra i politici repubblicani ci fossero ancora quegli statisti che c'erano un tempo, ma di cui oggi non si vede traccia. Ed ecco che ci ritroviamo con una sfida per le primarie in cui la scelta è fra una serie di non-Romney che sostengono posizioni politiche ed economiche da ricovero coatto e il non-non-Romney che – forse – finge solo di condividere quelle posizioni.
Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? La risposta, come suggerisce DeLong, è che ci siamo arrivati molto tempo fa. Il Partito repubblicano non è incappato in un'annata particolarmente sfortunata quanto a offerta di candidati: questo è quello che è diventato il partito dell'elefantino, ormai da decenni. Rick Santorum non è uscito fuori di punto in bianco: è sempre stato così, e quando era al Senato era una figura centrale del partito.

Quello che è successo è semplicemente che queste stravaganze sono arrivate a un punto tale che fingere che il Partito repubblicano sia un partito ragionevole non è più sostenibile.
Ma fino a poco tempo fa, questo non si poteva dire.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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