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Questo articolo è stato pubblicato il 15 marzo 2012 alle ore 08:49.

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Da un lato l'economia italiana che è più di un decennio che non cresce. O non lo fa a ritmi sostenuti. Dall'altro l'alto tasso di disoccupazione, che dal 2002 a oggi, è aumentato di più un punto percentuale (passando dall'8% al 9,2% dell'ultima rilevazione Istat di febbraio scorso, relativa a gennaio 2012). E con un gap ancora più forte tra i giovani attivi: dieci anni fa i ragazzi senza lavoro erano intorno al 23%. Oggi superano abbondantemente quota 30% (31,1%, per la precisione - vale a dire uno su tre). Mentre nell'ultimo decennio (dati Isfol) è cresciuta la quota di occupati over 55, che lo scorso anno ha toccato il 38%.

Il 19 marzo 2002 moriva, assassinato dalle nuove Brigate Rosse, il giuslavorista Marco Biagi. A febbraio dell'anno dopo, il 2003, veniva emanata la legge 30 (che porta ancora il nome di Biagi) che ha allargato la platea dei contratti a termine per favorire maggiori assunzioni. Ma dal 2003 a oggi il tasso di occupazione è rimasto intorno al 57%. Mentre il numero di disoccupati è passato da due milioni e 66mila unità agli attuali 2,3 milioni. Con un allargamento che ha colpito soprattutto la componente femminile, specie del Sud Italia.

Oggi la figura del giuslavorista è ricordata da un convegno organizzato da Adapt. E l'anniversario dei dieci anni dall'uccisione di Biagi coincide (per uno strano scherso del calendario) con il tentativo del ministro del Welfare, Elsa Fornero, di riformare contratti e sussidi. Un confronto tra i due progetti di riordino del mercato del lavoro (uno dei quali ancora in embrione) è quindi inevitabile. Il ministro Fornero sta cercando di intervenire "per attuare quella parte che ancora manca della riforma Biagi che è quella della riforma degli ammortizzatori sociali", ha sottolineato Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. Mentre sui contratti (anche le tipologie più precarie, come le partite Iva) l'intenzione dell'attuale Governo è contrastarne gli abusi. E non cancellarli tout court.

Del resto è innegabile che l'eredità di Marco Biagi non possa essere legata solo alla legge che porta il suo nome. "Biagi voleva la flexsecurity europea", ha ricordato più volte il giuslavorista e senatore Pd, Tiziano Treu. Pure l'apprendistato (oggi riformato dal T.U. Sacconi) era un'idea di Biagi. E la Fornero ora prova a rilanciarlo e farlo diventare (con alcuni correttivi) il contratto d'ingresso prevalente dei giovani nel mondo del lavoro. Anche Paolo Reboani, numero uno di ItaliaLavoro, l'agenzia tecnica del ministero del Welfare, ha evidenziato come l'obiettivo di Biagi (e del suo Libro Bianco) era quello di aumentare le possibilità di occupazione.

Quello che invece ancora manca del progetto complessivo di riforma del mercato del lavoro targato Biagi è il ruolo degli ammortizzatori sociali. E dei connessi servizi all'impiego. Solo trovando un "link" tra politiche passive (per le quali l'Italia nel 2009 ha speso 19,3 miliardi di euro) e politiche attive (dove nello stesso periodo si è registrata una spesa di appena 5,2 miliardi di euro) sarà possibile ridurre quel gap tra "figli" e "figliastri", tra "iper protetti" e " iper precari" più volte denunciato pure dal ministro Fornero. Un sistema a due gambe: da un lato una flessibilità buona in entrata, dall'altro un tutela ampia e sicura in caso di perdita del posto di lavoro. In pratica si tratta di dare attuazione al concetto di "flexsecurity". Pensato da Biagi. E a tutt'oggi rimasto monco.

Una scelta degli articoli di Marco Biagi apparsi sul Sole 24 Ore

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