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Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2012 alle ore 14:15.

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Notizie buone negli Usa, ma i problemi rimangono.Notizie buone negli Usa, ma i problemi rimangono.

Steve Pearlstein, editorialista del Washington Post, è una brava persona. Ecco perché un suo recente articolo, pubblicato online, mi ha gettato nello sconforto. «Ci sono anche quelli, a sinistra, che continuano a sostenere – per timore di smentire la loro tesi sulla drammatica inadeguatezza degli stimoli di bilancio e sulla necessità impellente di applicarne altri – che l'economia è invischiata in una depressione», ha scritto Pearlstein il 4 marzo.

«La scelta che ci viene proposta – altri stimoli contro altri tagli alla spesa – è ingannevole», prosegue Pearlstein. «In questa fase della ripresa la politica giusta è tagliare e investire, e avere la pazienza e l'umiltà di lasciare che l'economia continui la sua marcia verso un ritorno all'equilibrio». Quello che sostiene Pearlstein è che moltissimi indicatori segnalano un rafforzamento dell'economia, e questo è vero (anche se non tutto è roseo). Perciò, dice lui, basta con gli stimoli: anzi, tagliamo ancora di più la spesa degli Stati e degli enti locali per riallinearla alle entrate a lungo termine. Gli stimoli sarebbero di intralcio al necessario aggiustamento strutturale.

Primo: la timida ripresa odierna è un film già visto, per l'esattezza all'inizio del 2010. Magari stavolta è diverso e Lucy non toglierà dai piedi il pallone della ripresa a Charlie Brown, facendolo finire a gambe all'aria: ma perché agire prima di esserne sicuri?

Secondo: anche se la ripresa questa volta è solida, la nostra economia probabilmente rimarrà depressa ancora per un po'. Provate a usare l'Atlanta Fed Jobs Calculator: per arrivare a un tasso di disoccupazione del 5,5 per cento entro quattro anni – quattro anni! – servono 179mila posti di lavoro in più al mese. Siamo sicuri che le cose andranno così bene?

Terzo: alla domanda retorica di Pearlstein – perché rimandare il necessario aggiustamento dei conti pubblici? – si può contrapporre un'ottima risposta: perché ci troviamo in una situazione di trappola della liquidità e la Fed non riesce a compensare il cattivo andamento dell'economia. È un pessimo momento per stringere la cinghia.
Quarto: si sono fatti molti calcoli per capire in che misura questa recessione sia strutturale, sia cioè l'effetto di una cattiva allocazione (geografica e settoriale) della manodopera, e tutti sono giunti alla conclusione che questo fattore gioca un ruolo trascurabile. Allora perché tutti sembrano convinti che sia un elemento centrale?

Per concludere, è semplicemente falso che l'aggiustamento strutturale – sempre che sia necessario – procede più velocemente e speditamente quando l'economia è in depressione. Un lavoratore non lascia il suo lavoro se non è ragionevolmente sicuro di trovarne un altro, e le aziende non investono in tecnologie nuove e proficue se non c'è una domanda adeguata.

Mantenere l'economia in condizioni di fragilità è un modo per ritardare i cambiamenti positivi, non un modo per accelerarli. Trovo tutto estremamente deprimente: ancora una volta, al primo accenno di buone notizie, i soliti noti, e perfino gente in gamba come Pearlstein, corrono a dire che l'occupazione non è più la prima emergenza, e bisogna pensare ad altro.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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