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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2012 alle ore 19:16.

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Paul KrugmanPaul Krugman

Daron Acemoğlu e James Robinson, autori del libro Why Nations Fail, recentemente, sul loro blog, hanno risposto alle affermazioni dell'economista Allan Meltzer, che sostiene che l'1 per cento più ricco della popolazione si sta arricchendo ovunque, perfino in Svezia, e che dunque non ha senso mettere questo tema al centro del dibattito politico.

«Ci sono differenze significative fra Paese e Paese nei trend di disuguaglianza, e non è affatto scontato che dietro a tutti questi cambiamenti ci siano i trend globali», hanno scritto i due economisti in risposta all'editoriale di Meltzer pubblicato sul Wall Street Journal il 9 marzo. «Ci sono dati convincenti che indicano che anche altri fattori – sì, fattori interni e politici – hanno giocato un ruolo importante nell'incremento della disuguaglianza in favore dei superricchi negli Stati Uniti».

Come sostengono Acemoğlu e Robinson, ci sono altre stranezze in quello che dice Meltzer: sarà anche cresciuto il rendimento del titolo di studio sul mercato del lavoro, ma questo come spiega il fatto che questo incremento di ricchezza sia andato a beneficio di una minuscola frazione all'interno della fascia di individui con un alto livello di istruzione? L'ipotesi dello shock globale non regge all'evidenza, nemmeno all'evidenza che fornisce lo stesso Meltzer.

E non ha senso parlare di distribuzione del reddito a livello internazionale se non si conosce il preziosissimo World Top Incomes Database. E che cosa ci dice questo database sulle differenze tra Svezia e America? Che sono simili? Neanche per sogno. Sì, il grafico di questa pagina mostra che l'1 per cento più ricco si è arricchito un pochino di più in Svezia. Ma come si faccia a guardare questi dati e dire che la Svezia e gli Stati Uniti sono simili, è qualcosa che mi lascia allibito.

Le due depressioni in Europa
Barry Eichengreen e Kevin O'Rourke recenemente hanno pubblicato, sul sito del Center for Economic Policy Research, un seguito del loro eccellente articolo A Tale of Two Depressions. Eichengreen e O'Rourke evidenziano che questa recessione non è neanche lontanamente comparabile a quella degli anni 30, e che la ripresa è cominciata più in fretta, ma a un ritmo chiaramente più lento. La cosa che mi incuriosiva, però, era l'Europa. Uno dei punti chiave dell'articolo originario era che concentrarsi solo sull'America, che aveva avuto un declino molto accentuato dopo il 1929 ma più contenuto stavolta, porta a sottovalutare le similitudini fra le due recessioni. Nel resto del mondo il contrasto è meno marcato, e in questo aggiornamento i due autori sottolineano che gran parte della ripresa è dovuta alla crescita dei mercati emergenti, non delle nazioni avanzate.

Qual è la situazione dell'Europa, allora? Mi sono scambiato alcune mail con Barry e Kevin e anche se non abbiamo fatto un confronto accurato mi hanno segnalato alcuni dati indicativi. Charles Feinstein, Peter Temin e Gianni Toniolo hanno inserito dei dati sulla produzione industriale fra la prima e la seconda guerra mondiale nel loro libro L'economia europea tra le due guerre; per quanto riguarda la recessione in corso, invece, ci siamo basati sui dati dell'Eurostat.

L'Europa ha avuto quindi un declino della produzione industriale del 28 per cento nel 1929 e negli anni successivi, contro un calo del 18 per cento in questa occasione. Nel quinto anno della Grande Depressione la produzione era tornata all'86 per cento del livello massimo toccato prima dello scoppio della crisi; ora è al 91 per cento del picco ante-crisi, e sta tornando a scendere man mano che l'Europa scivola di nuovo in recessione.

La conclusione è che l'Europa se la sta cavando meglio oggi, ma non più di tanto: siamo di fronte più o meno a un due terzi di Grande Depressione. La risposta, ovviamente, è più austerità.
© 2012 New York Times
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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