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Questo articolo è stato pubblicato il 30 marzo 2012 alle ore 16:00.

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Uno degli argomenti chiave di coloro che propugnano il rigore di bilancio anche in un'economia gravemente depressa consiste in una sorta di versione macroeconomica della scommessa di Pascal. Sì, è vero, ammettono quelli con la mente più aperta, i tassi sui titoli di stato in America e in Gran Bretagna sono molto bassi. Sì, è vero, l'aritmetica suggerisce che tagliare la spesa ora non serve a granché per migliorare le prospettive dei conti pubblici sul lungo termine. Ma chi può saperlo? Magari saranno quegli ultimi mille miliardi di dollari spesi dallo Stato a scatenare improvvisamente la paura dei mercati e a farci fare la fine della Greciaaaaahhh (grida di terrore, musica angosciante).

Lasciamo da parte l'enorme differenza tra i Paesi che hanno una propria valuta (e un debito denominato nella propria valuta) e quelli che non ce l'hanno, perché ci sono anche altri rischi

Nello specifico, se il fatto di lasciare che un'economia rimanga costantemente in depressione riduce le prospettive di crescita sul lungo periodo – e ci sono dati in abbondanza a questo proposito – allora l'austerità in un'economia depressa produce costi enormi e rischia addirittura di mettere in moto un circolo vizioso, con le potenzialità di crescita che si riducono determinando altra austerity e così via. Anzi, forse è esattamente quello che sta succedendo al Governo del primo ministro David Cameron in questo momento.

Quando si decideranno i rigoristi ad ammettere che forse stanno commettendo un drammatico errore? Che invece di salvaguardare il futuro lo stanno distruggendo?

Faccia tosta macroeconomica
La faccia tosta, secondo la vecchia definizione, è quando ammazzi i tuoi genitori e poi invochi pietà perché sei orfano. Mi è venuta in mente leggendo il resoconto di Justin Fox sulle recenti osservazioni di Jean-Claude Trichet.

«Jean-Claude Trichet, da qualche mese in pensione, non ha nessun rimorso riguardo a quello che ha fatto negli otto anni in cui ha guidato la Banca centrale europea», ha scritto Fox, il direttore editoriale dell'Harvard Business Review Group in un articolo pubblicato su hbr.org. «Quantomeno è quello che ha detto giovedì sera alla Kennedy School di Harvard, quando uno studente gli ha fatto questa domanda a bruciapelo. ‘Non mi pento di nulla', è stata la risposta. Ma ascoltando il discorso per intero […] era evidente che qualche rimpianto sugli ultimi anni Trichet lo aveva. Rimpiange di non essere stato ben consigliato dagli economisti».

Trichet lamenta quella che definisce l'incapacità della scienza macroeconomica di offrire orientamenti utili per la crisi. In generale è un'opinione che potrei sottoscrivere: molti macroeconomisti contemporanei si sono rivelati non solo inutili, ma oggettivamente dannosi, perché hanno minato il consenso efficace che esisteva prima, un consenso che avrebbe potuto e dovuto produrre una risposta migliore.

Ma proprio da Trichet ci tocca sentire questa critica? Dall'uomo che durante la crisi si è distinto per la sua volontà, quasi compulsiva, di ignorare a bella posta tutte le nozioni della scienza macroeconomica? Dall'uomo che se ne è infischiato di tutto quello che sappiamo sulla domanda aggregata per abbracciare la dottrina sostanzialmente implausibile (e ora fallimentare) dell'austerità espansiva?

E ora, dopo aver scientemente rigettato e ignorato quello che la scienza macroeconomica aveva da dire, viene a lamentarsi che la scienza macroeconomia non gli ha fornito indicazioni utili. Da non credersi.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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