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Questo articolo è stato pubblicato il 27 aprile 2012 alle ore 20:38.

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Questi ultimi anni sono stati anni di ristrettezze sotto molti aspetti, ma c'è stato un vero e proprio boom di baggianate economiche, di quelle sconfortanti, da sbattere la testa sul tavolo.

L'ultima fantasia, illustrata da un recente editoriale del Wall Street Journal, è che la politica monetaria espansiva sia un regalo alle banche e più in generale ai plutocrati. La noiosa filippica in questione, intitolata «La Fed favorisce l'1 per cento» e scritta dal fondatore di hedge-fund Mark Spitznagel, sostiene seriamente che tutta la contrapposizione fra 1 per cento e 99 per cento si riduce a imbrigliare o abolire del tutto la Federal Reserve. «L'implacabile espansione del credito da parte della Fed crea disparità artificiali, basate sul privilegio politico e sul potere economico», ha scritto Spitznagel.

Perché è sbagliato sostenere che stampare moneta è un regalo per i plutocrati? Per svariati motivi. Innanzitutto la politica che sta seguendo attualmente la Fed è l'esatto contrario di quello che sostiene Spitznagel. L'espansione quantitativa non è qualcosa che finanzieri e rentiers impongono a un popolino recalcitrante: è una politica che viene portata avanti fra gli ululati di protesta dell'industria finanziaria. Seriamente, ma dove sono gli editoriali del Wall Street Journal che chiedono alla Fed di alzare il target di inflazione? Ma parliamo anche di economia: la versione ingenua (o deliberatamente fuorviante) della politica seguita dalla Fed è quella secondo cui Ben Bernanke starebbe «regalando denaro» alle banche. Quello che fa il presidente della Federal Reserve in realtà è comprare cose, normalmente titoli di Stato a breve scadenza, ma ora in certi casi anche dell'altro. Non è un regalo.

Per sostenere che si tratta di un regalo bisogna affermare che i prezzi che la Fed sta pagando sono artificiosamente alti o – che è la stessa cosa - che i tassi di interesse vengono spinti artificiosamente verso il basso. E infatti lo si sente dire in continuazione. Ma se ci si pensa su un minuto si capisce subito che si tratta di una tesi alquanto bislacca. Qual è il tasso di interesse non artificiale, «naturale» per così dire? Una definizione standard del tasso di interesse naturale esiste, ed è quella dell'economista svedese Knut Wicksell , che si può sintetizzare con «se son rose fioriranno». Detta in termini approssimativi, il tasso di interesse naturale è il tasso che porterebbe a un'inflazione stabile in una situazione più o meno di piena occupazione. E noi abbiamo un'inflazione bassa con una disoccupazione alta, il che suggerisce decisamente che il tasso di interesse naturale è inferiore ai livelli correnti e che il problema fondamentale è il fatto che siamo già a zero e non possiamo ridurre i tassi ancora di più. In queste circostanze, la politica espansiva della Fed non è una sorta di regalo alle banche, è solo uno sforzo per dare all'economia quello di cui ha bisogno. Inoltre, gli sforzi della Fed in questo senso mediamente penalizzano i banchieri invece di aiutarli. Le banche sono imprese che solitamente prendono in prestito a breve scadenza e prestano a lunga scadenza: qualunque cosa riduca il differenziale fra tassi a breve e lungo termine è probabile che incida negativamente sui loro profitti. E le cose che la Fed sta cercando di fare in gran parte servono proprio a ridurre quel differenziale, o persuadendo gli investitori che manterrà i tassi a breve termine a zero per lungo tempo o andando in giro a comprare attività a lungo termine.

Queste sono misure che dovrebbero far arrabbiare i banchieri, non rallegrarli, e infatti è quello che è successo. E poi in quale modo una politica monetaria espansiva dovrebbe danneggiare il 99 per cento? Pensate a tutte le persone che percepiscono un reddito fisso, ci dicono. Ma chi sono queste persone? So già la risposta: pensionati che vivono con gli interessi del loro conto pensione e che percepiscono un assegno pensionistico fisso, e sicuramente qualcuno che corrisponde a questo identikit c'è, ma non sono molti: il tipico pensionato americano di questi tempi ricava la maggior parte del proprio reddito dalla previdenza pubblica, che è indicizzata contro l'inflazione. Magari prende qualche interesse sui depositi bancari, ma è poca roba: il cittadino comune in America non è così provvisto di titoli finanziari come le classi alte si immaginano. E quanto alle pensioni: sì, c'è qualcuno che ha piani pensionistici ad assegni definiti, non indicizzati all'inflazione, ma è una minoranza sempre meno numerosa, e comunque gli effetti di un aumento dell'inflazione dell'1 o 2 per cento non si faranno sentire più di tanto nemmeno per loro. No, le vere vittime delle politiche monetarie espansive sono le stesse persone che secondo la mitologia corrente premono per queste politiche. E questo spiega, probabilmente, perché sentiamo dire il contrario. È il mondo di George Orwell, e noi ci viviamo dentro.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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