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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2012 alle ore 13:07.

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COLONIA – Un aspetto poco trattato, eppure cruciale, del dibattito sul trasferimento di ricchezza dal Nord, economicamente più solido, al Sud dell'Europa, più travagliato, è il rapporto tra debito pubblico, PIL e ricchezza privata (cioè le attività finanziarie e non finanziarie delle famiglie, meno le loro passività finanziarie) - in particolare, il rapporto tra la ricchezza privata e il PIL nei paesi dell'eurozona.

Sebbene il piano di acquisto di bond della Banca centrale europea abbia contribuito in larga misura a calmare i mercati finanziari, le economie di alcuni Paesi europei - tra cui l'Italia, la Spagna, la Grecia e il Portogallo - sono ancora a rischio perché il loro ritmo di crescita non è abbastanza veloce da ridurre il ì deficit e arrestare la crescita del debito nazionale. La triste ironia è che in alcuni dei Paesi che necessitano del sostegno della BCE e degli Stati settentrionali dell'eurozona il rapporto tra ricchezza privata e PIL è pari o superiore a quello dei Paesi più solventi.

Si prenda l'Italia, ad esempio, che tra i Paesi del G7 è quello con il rapporto tra ricchezza privata e debito pubblico più alto, superiore del 30-40 percento a quello della Germania. Allo stesso modo, Italia e Francia condividono un rapporto tra ricchezza privata e PIL pari a cinque a uno, mentre quello della Spagna, almeno prima che la crisi travolgesse il Paese - era di sei a uno. Al contrario, quello della Germania, il maggiore creditore d'Europa, è solo di 3,5 a uno.

Tale discrepanza è il nodo centrale della questione che assilla i politici europei: i contribuenti dei Paesi debitori devono aspettarsi "solidarietà", in altri termini denaro, da parte dei contribuenti dei Paesi creditori? Perché questi ultimi dovrebbero assumersi l'onere di finanziare la crisi dell'euro, tanto più che un elevato rapporto tra ricchezza privata e PIL può derivare da un gettito fiscale basso nel corso del tempo, mentre un rapporto inferiore può rispecchiare entrate fiscali maggiori?

Prima di chiedere o accettare aiuto dal resto dell'Europa, ogni Paese dovrebbe adoperare tutte le risorse disponibili a livello nazionale. I governi debitori dovrebbero invitare i propri contribuenti a finanziare una parte del debito pubblico, al fine di evitare l'applicazione di tassi di interesse più elevati sul mercato del credito. Potrebbero, ad esempio, offrire come incentivo un tasso d'interesse sulle obbligazioni del 3-4%, o addirittura renderle esentasse. Ciò consentirebbe all'Italia, alla Spagna e persino alla Grecia di finanziare il proprio debito nazionale a un costo più contenuto e sostenibile.

Il finanziamento volontario del debito nazionale da parte dei cittadini costituirebbe il mezzo più efficace per ridurre la pressione sulle risorse finanziarie europee, nonché un potente simbolo di solidarietà. Al contrario, trasformare le tasse versate dai contribuenti dei Paesi creditori in finanziamenti coatti del debito di altri Paesi rischierebbe di minare la coesione europea. Non ci si può aspettare, ad esempio, che i Paesi nordici finanzino debiti di altri Paesi a lungo termine, soprattutto se questi ultimi non hanno utilizzato appieno le proprie risorse.

Di fatto, mentre le preoccupazioni per la sopravvivenza dell'eurozona tendono a concentrarsi sugli Stati membri indebitati, l'unione monetaria europea rischia di perdere uno dei pochi che mantiene ancora un rating di tripla A, cioè la Finlandia. Data la difficile situazione interna del Paese, i finlandesi potrebbero ispirarsi a Danimarca e Svezia - che vantano una crescita rapida e un debito pubblico basso, e non hanno aderito al Fondo europeo di stabilità finanziaria e al Meccanismo europeo di stabilità - e stabilire che l'appartenenza all'eurozona costa troppo e non vale più la pena.

L'Italia e la Spagna hanno risorse sufficienti per salvarsi e per coprire il lasso di tempo necessario per rimettere in sesto le rispettive economie. Di fatto, anche una volta fattesi carico dell'intero debito nazionale, il loro rapporto tra la ricchezza privata e PIL sarebbe comunque più alto di quello di alcuni Paesi del Nord Europa.

Sfuggire alla crisi dell'euro non è tanto una questione di economia, quanto di volontà politica. Invitando i cittadini a finanziare il debito nazionale, i leader dei Paesi dell'Europa meridionale hanno modo di sanare le economie nazionali e rinsaldare i principi europei di solidarietà e di sussidiarietà.

Traduzione di Federica Frasca

Peter Jungen, imprenditore e investitore angelo che ha co-fondato e finanziato molte start-up, è membro del consiglio di amministrazione dell'Institute for New Economic Thinking.

Copyright: Project Syndicate, 2012.

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