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Ma dov'è il deficit di competenze?

Global view

Ma dov'è il deficit di competenze?

Le tesi sull'esistenza di un enorme «deficit di competenze» negli Stati Uniti (vale a dire che la nostra disoccupazione è strutturale e riflette un'inadeguata preparazione della forza lavoro o cose del genere) di solito si basano sulla convinzione che ci troviamo in una situazione inusuale, in cui molti posti di lavoro rimangono vacanti mentre molti lavoratori rimangono disoccupati. Per esempio, all'inizio di quest'anno Jamie Dimon, l'amministratore delegato della JP Morgan Chase, ha scritto un articolo su Politico insieme a Marlene Seltzer a proposito di questo presunto deficit di competenze, che cominciava così: «Oggi quasi 11 milioni di americani sono disoccupati.

Eppure, al tempo stesso, 4 milioni di posti di lavoro rimangono vacanti. È il ‘deficit di competenze', il divario tra le competenze che possiede attualmente chi cerca lavoro e le competenze di cui i datori di lavoro hanno bisogno per coprire i posti vacanti». Naturalmente posti di lavoro vacanti e lavoratori disoccupati ci sono in qualsiasi momento. Sostenere che siamo in presenza di una situazione fuori dalla norma sarebbe giustificato solo se il rapporto tra disoccupazione e posti vacanti (la cosiddetta curva di Beveridge) fosse peggiorato sensibilmente. E per un po' molti hanno sostenuto che fosse proprio così. Ma alcuni analisti replicavano che era una lettura errata dei dati: la curva di Beveridge sembra sempre peggiorare durante una recessione e nelle prima fasi della ripresa, poi torna alla normalità via via che la ripresa procede. E come volevasi dimostrare, i ricercatori della Federal Reserve di Cleveland hanno scoperto che il presunto spostamento della curva di Beveridge era svanito.

E con mio grande piacere si sono concessi perfino, nel loro rapporto, un po' di discreto e perdonabile sarcasmo (potete leggerlo qui): «Gli osservatori hanno seguito l'andamento della curva di Beveridge durante la recessione e la ripresa, per cogliere qualche segnale di potenziali cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro», hanno scritto. «Se uno spostamento della curva implichi effettivamente un cambiamento strutturale (più specificamente, un calo della matching efficiency del mercato del lavoro) resta oggetto di dibattito. Tuttavia, una cosa è chiara: lo spostamento non c'è proprio stato».

Semplicemente inaccettabile
L'editorialista economico Chris Dillow recentemente ha messo in evidenza sul suo blog un punto interessante a proposito della scienza economica e più in generale degli affari pubblici: c'è spesso la tendenza a credere in storie semplicistiche che non sono vere. Come disse Henry Louis Mencken, «Per ogni problema complesso c'è una risposta che è chiara, semplice e sbagliata». Ma spesso succede anche che la risposta sia semplice, ma la gente rifiuti di accettarla. In altre parole, è vero anche l'inverso dell'aforisma di Mencken: per ogni problema semplice, c'è una risposta che è nebulosa, complessa e sbagliata.

Nel suo postDillow ha usato come esempio la scelta delle azioni su cui investire; a me (guarda che strano) è venuta in mente la macroeconomia. Perché la produzione è tanto bassa e l'occupazione così scarsa? La risposta semplice è l'inadeguatezza della domanda, e tutti i dati che abbiamo sono coerenti con questa risposta. Ma le Persone Tanto Coscienziose si rifiutano di accettare questa risposta semplice: dev'essere perché la forza lavoro non ha le competenze giuste (e allora dove sono i salari più alti per i lavoratori con le competenze giuste?); oppure dev'essere per uno sfasamento geografico (e allora dove sono gli Stati con un boom dei salari?); e così via. Dev'essere per forza, insistono le Persone Tanto Coscienziose, un problema difficile senza facili risposte: se tutto dice che la risposta è «spendere di più», si tappano le orecchie.

La ragione di tutto questo in larga parte è politica: dire che è un problema di domanda va contro gli interessi di chi vuole usare la recessione come scusa per smantellare le protezioni sociali. Ma non credo che sia soltanto questo: da parte delle persone che vogliono apparire serie c'è un profondo desiderio di credere che i grandi problemi devono avere radici profonde e che richiedano lunghe ore di deliberazioni solenni in comitati bipartisan. Ma come si fa a capire se il dibattito pubblico su una certa questione sta ignorando le complessità o al contrario sta introducendo complessità non necessarie? Basta studiare la questione! Semplice semplice.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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