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La tesi della stagnazione secolare trova sempre più conferme

gli economisti

La tesi della stagnazione secolare trova sempre più conferme

La rivista Foreign Affairs ha appena pubblicato le mie ultime considerazioni sull'ipotesi della stagnazione secolare. Sono sempre più convinto che raffiguri correttamente la situazione dei Paesi industrializzati, e che i rischi di una debolezza di lungo periodo con le attuali politiche economiche stiano crescendo.

Purtroppo, da quando ho avanzato la mia ipotesi, alla fine del 2013, i dati non hanno fatto che confermarla. Nonostante una politica monetaria molto più espansiva del previsto e il rapido calo dei tassi di interesse a medio termine, la crescita e l'inflazione, in tutti i Paesi industrializzati, sono state molto più basse di quanto preventivato. È esattamente quello che ci si aspetterebbe se fossero all'opera fattori strutturali che accrescono la propensione al risparmio rispetto alla propensione all'investimento.

I mercati obbligazionari in questo momento stanno dicendo che non si intravedono all'orizzonte né un tasso di inflazione vicino all'obbiettivo del 2 per cento né tassi di interesse reali nettamente superiori a zero. Le previsioni di crescita vengono riviste al ribasso in molti Paesi e negli Stati Uniti diventa sempre più evidente che le aspettative di inflazione stanno «smottando» verso il basso.

Stimo le probabilità di una recessione negli Stati Uniti a un terzo circa nel corso del prossimo anno e a più del 50 per cento nei prossimi due. Ci sono concrete possibilità che l'allargamento degli spread creditizi, il rafforzamento del dollaro con l'Europa e il Giappone che sprofondano sempre più nel mondo dei tassi negativi e un abbassamento delle aspettative di inflazione producano un inasprimento delle condizioni finanziarie nonostante il profilarsi di una recessione. E anche se esistono indubbiamente margini per politiche di allentamento quantitativo, indicazioni prospettiche (forward guidance) e magari tassi negativi, è molto improbabile che la Federal Reserve possa prendere misure che sono più o meno l'equivalente funzionale del taglio di 400 punti base dei fondi federali normalmente necessario per rispondere a una recessione incipiente.

Se le mie valutazioni sono corrette, la politica monetaria dovrebbe concentrare i suoi sforzi su misure che evitino un rallentamento dell'economia, e bisognerebbe cominciare a impegnarsi per una rapida applicazione delle politiche di bilancio. Il coordinamento globale dovrebbe smetterla di perdere tempo dietro ai luoghi comuni su riforme strutturali e risanamento dei conti pubblici e lavorare per garantire una domanda adeguata a livello globale. E i policymakers dovrebbero valutare le misure radicali che potrebbero rendersi necessarie qualora l'economia statunitense o mondiale dovessero entrare in recessione.

Naturalmente, elaborare teorie economiche in tempo reale è complicato, e non posso essere certo che la mia lettura della situazione attuale sia accurata. Se la Fed dovesse riuscire a innalzare significativamente i tassi nei prossimi due anni senza provocare un rallentamento della crescita, e se l'inflazione dovesse accelerare arrivando al 2 per cento, giungerò alla conclusione che la mia ipotesi di una stagnazione secolare era eccessivamente allarmista e scambiava elementi congiunturali per problemi a lungo termine. Ma se al contrario l'economia dovesse accusare una flessione perfino con gli attuali tassi di interesse, sarà bene che le autorità prendano più sul serio di adesso lo scenario della stagnazione secolare.

L'autore è docente all'università di Harvard, della quale è stato rettore. Dal 1999 al 2001 è stato segretario al Tesoro con il presidente Clinton e dal 2009 al 2010 consulente economico del presidente Obama.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright The Financial Times 2016

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