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Sei anni di delusioni per le Ipo di Piazza Affari, ecco il perché

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Questo articolo è stato pubblicato il 01 novembre 2010 alle ore 10:03.

Le società, nel giorno del ballo da debuttanti di Piazza Affari, di solito non deludono. Vestite in lungo per catturare il giusto cavaliere-investitore, danzano "leggiadre" e sicure. Un feeling che di norma, grazie alle green shoe e al sostegno delle banche collocatrici, resiste anche nel mese successivo al debutto. Poi però la musica cambia, e di molto: l'abito della debuttante con il tempo si sfilaccia e perde luminosità. La società, abbandonata dal cavaliere-investitore, spesso non riesce a tenere il ritmo del valzer borsistico che peraltro, durante la crisi, si è trasformato in rock acrobatico. E così, il titolo scende.

È questo lo scenario disegnato dai numeri elaborati dal Sole 24 Ore (guarda la tabella) sulle Ipo di Piazza Affari, ancora quotate, dal 2005 a oggi. Guardando i numeri da vicino, salta fuori che il 71,2% delle aziende ha chiuso la prima giornata di quotazione sopra il prezzo di collocamento; la percentuale scende al 59,5% quando l'arco temporale viene prolungato a 30 giorni. Si tratta di numeri discreti: le debuttanti, insomma, nel breve vanno a tempo. Ma si sa, sarebbe strano il contrario.

Tutt'altra musica, invece, nel medio-lungo periodo. Se si guarda alle società che, fino a oggi (chiusura al 28 ottobre 2010), hanno resistito sopra il valore del collocamento il numero si ferma a quota 15. Si obietta: per molte c'è di mezzo la crisi finanziaria; i listini, nel 9 marzo 2009, hanno toccato la loro "Fossa delle Marianne".

La considerazione è fondata: il timing della quotazione è essenziale. Yoox, per esempio, ha certamente beneficiato del recente bear market rally. Ciò detto, un buon metodo per valutare la "forza" dell'Ipo è il confronto tra la sua performance e quella dell'indice del segmento d'appartenenza a partire dalla data della quotazione stessa. Il risultato? Il 48,5% delle società (senza considerare l'Aim Italia) è riuscita a battere questo particolare benchmark.

Ipo troppo piccole
«Si tratta - spiega il consulente indipendente Sergio Pigoli - di uno scenario non positivo. Un trend causato in larga parte da un particolare aspetto». Cioè? «Esclusi i pochi big e le singole storie aziendali di successo, l'handicap è costituito dalle dimensioni eccessivamente ridotte delle Ipo. L'ammontare dell'offerta troppe volte non supera i 200 milioni».

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Tags Correlati: Alessandro Capeccia | Bocconi | Borsa Italiana | Diasorin | Elserino Piol | Ipo | Italia | Kerself | Manuela Geranio | Marr | Sergio Pigoli | Università degli studi di Torino | Yoox

 

«Accade spesso - aggiunge Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr - che il flottante sia così basso che, con una copertura di pochi milioni, si acquisisca una quota rilevante dell'azienda. Il rischio, complice l'eccessiva volatilità, è di rimanere incastrati nella posizione. Così, gli investitori istituzionali stanno lontano da simili titoli». E le quotazioni, giocoforza, insieme agli scambi crollano .

Rifuggono da questa situazione le aziende che riescono a finire sotto i riflettori degli investitori. Non è un caso che gruppi quali Marr (+18,5% sul prezzo dell'Ipo), Kerself (+44,2%) o Diasorin (+140,4%) facciano parte delle Star di Piazza Affari. Una buona intuizione di Borsa Italiana: il segmento, oltre a obbligare a più stringenti requisiti di governance, garantisce alle multinazionali tascabili made in Italy una visibilità di tutto rispetto, anche all'estero. Il che, unito a un business serio, paga.

Ovviamente, però, non è solo una questione di dimensioni o di maggiore capacità nel destare interesse. Quando si parla di Ipo c'è sempre da fare i conti con il possibile peccato originale: un prezzo di collocamento troppo alto. «In effetti - spiega Manuela Geranio, docente di intermediazione finanziaria alla Bocconi - il fenomeno dell'overpricing non è raro, come lo stesso andamento delle quotazioni sembra mostrare. Diverse società si quotano perché non trovano altre forme di finanziamento. La Borsa è usata per abbattere il debito: così, al fine di massimizzare l'incasso, si tende a tirare su il prezzo». Prezzo che, val la pena sottolineare, molte volte è definito da quelle stesse banche collocatrici che, in potenziale conflitto d'interessi, sono anche creditrici della società.

«La situazione - sottolinea Elserino Piol, uno dei padri del capitalismo di ventura in Italia - potrebbe migliorare con una più forte presenza del venture capital. Anche se, in questo periodo, non vedo le condizioni per una sua forte ripartenza. Invece, per il nostro tessuto industriale di Pmi l'intuizione dell'Aim Italia è azzeccata. Vedremo come saprà svilupparsi in spessore, visibilità e trasparenza».

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