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Questo articolo è stato pubblicato il 03 marzo 2011 alle ore 18:01.

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"Finchè c'è guerra c'è speranza". Uno studio della Bocconi sull'impatto economico dei conflitti"Finchè c'è guerra c'è speranza". Uno studio della Bocconi sull'impatto economico dei conflitti

«Finché c'è guerra, c'è speranza», diceva Alberto Sordi nell'omonimo film diretto e interpretato dallo stesso attore e regista romano nel 1974. A significare che, se è vero che le guerre portano alle popolazioni distruzione, miseria e lutti, è altrettanto vero che esse innescano un ciclo economico che porta grandi ricchezze a chi è in grado di sfruttarle. La conferma arriva da The Economic Effects of Violent Conflict: Evidence from Asset Market Reactions, uno studio condotto dai ricercatori della Bocconi Massimo Guidolin ed Eliana La Ferrara, pubblicato su Journal of Peace Researche.

Lo scopo dello studio, che utilizza quotazioni finanziarie settimanali, è «prima di tutto di individuare extra rendimenti in corrispondenza della settimana di avvio dei conflitti» e poi di «capire se gli effetti dei conflitti sulle principali variabili finanziarie avrebbero potuto essere sfruttati per produrre una superiore remunerazione degli investimenti acquistando o vendendo in modo sistematico le attività finanziarie a seconda della loro reazione media all'avvio di un conflitto».

Analizzando 101 conflitti occorsi in un periodo di tempo che va dal 1971 al 2004 (72 interni e 29 internazionali) i due studiosi hanno scoperto che «in media i mercati borsistici nazionali hanno maggiore probabilità di reagire in modo positivo che negativo all'avvio di un conflitto» e che «il mercato borsistico americano è quello che mostra le reazioni più forti e produce extra rendimenti positivi in corrispondenza del 12% dei conflitti analizzati».

La tesi, in verità, non è nuovissima. L'impatto economico delle guerre è stato infatti analizzato dagli economisti di ogni epoca e di ogni scuola di pensiero: c'è chi sostiene che esse stimolano la crescita economica e chi invece ritiene che questo legame sia quantomeno dubbio. Solitamente la reazione delle Borse allo scoppio del conflitto è generalmente positiva, in quanto mette fine alla fase d'incertezza che per i mercati rimane sempre il nemico più temuto. Successivamente la Borsa registra rialzi o ribassi in funzione della sua durata e/o della sua evoluzione più o meno positiva. Ci sono naturalmente le eccezioni: in occasione della Seconda guerra mondiale la risposta del Dow Jones fu dapprima negativa e poi – dal 1942 in avanti – molto positiva. Nel caso invece della guerra di Corea, del Vietnam e della prima Guerra del Golfo, la reazione della Borsa allo scoppio della guerra fu positiva (addirittura euforica in quella del 1991).

Non tutti i conflitti sono uguali
L'impatto sui mercati finanziari - scrivono i due autori - è più forte per i conflitti a maggiore intensità, sia in termini di durata sia di numero di vittime. I conflitti, poi, non sono tutti uguali e i mercati borsistici di paesi che dipendono dalle forniture straniere di materie prime o fonti di energia possono essere colpiti con durezza da conflitti localizzati nei paesi esportatori di questi beni, specialmente quando i conflitti non sono anticipati e i mercati non hanno ancora scontato l'incertezza che ne precede l'esplosione. «Dal momento che la nostra ricerca fa riferimento alla data ufficiale di inizio di un conflitto», afferma Guidolin, «il caso libico sembra però vicino allo schema medio. La Borsa italiana, la scorsa settimana, è crollata alla notizia dei violenti scontri, dopo che simili situazioni si erano risolte in modo più pacifico in altri paesi dell'area ma prima che una guerra civile fosse ufficialmente scoppiata. Questa settimana, al formalizzarsi di un'opposizione e della spaccatura del paese in due, le Borse si sono riprese». Ma attenzione avverte Guidolin: «si tratta di effetti medi, sui quali non si può fare affidamento nelle decisioni d'investimento legate a un singolo episodio».

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