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Questo articolo è stato pubblicato il 23 luglio 2011 alle ore 09:28.

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di Walter Riolfi
Le borse europee hanno aperto da poco, quando improvvisamente cambia l'umore dei mercati. Il rendimento dei Btp decennali, dopo aver toccato un minimo del 5,16% alle 9.38, torna a salire. Quando arriva la notizia di Fitch, che ha tagliato a «restricted default» il debito greco, è passato abbondantemente mezzogiorno e i rendimenti dei Btp sono già una ventina di centesimi più alti. E prendono il volo verso le 14.30, quando iniziano a popolarsi le sale operative di New York.

La reazione dei mercati è dunque un crescendo che pare scandito dal grado di comprensione degli accordi di Bruxelles maturato dagli investitori. Con un pizzico di malignità, si potrebbe sostenere che più passava il tempo e più si dileguava l'ottimismo della vigilia. Il piano rappresenta un grande passo politico, il segno della volontà di risolvere la crisi dei debiti sovrani che va oltre le (modeste) aspettative che s'erano create: ma è un piano ancora tutto da definire, nei dettagli e nell'operatività.

Significa che il modello di salvataggio della Grecia potrebbe venir replicato per altri Paesi? Si chiedevano alcuni investitori. Se non fosse così, la speculazione sarebbe quasi incentivata ad "attaccare" Portogallo e Irlanda. Il dubbio iniziale pare essere stato superato nel corso della seduta. Ne è prova che il costo dei cds sui tre Paesi più a rischio è calato sensibilmente, ma è aumentato quello su Germania e Francia. Naturale, visto che i maggiori oneri della crisi finirebbero per gravare sugli Stati virtuosi che, come Parigi e Berlino, si sono meritati la tripla A dalle agenzie di rating.

Chi sarà il prestatore di ultima istanza, si chiedevano inoltre gli investitori? E ancora: «Se il fondo sovranazionale, evoluzione dell'Efsf, può avocare competenze che adesso sono dei ministeri del Tesoro dei singoli Stati, esiste un meccanismo stabile in grado di dettare i vincoli fiscali?», si chiede Luca Peviani, ad di P&G, sintetizzando una serie di perplessità che arrivano dal mercato.

Gli analisti di Citigroup aggiungevano ulteriori (e un po' speciose) perplessità: il problema è se l'attuale piano di salvataggio possa ridurre le preoccupazioni sulla sostenibilità dei debiti in Grecia e negli altri Paesi periferici. Quelli di Morgan Stanley puntavano il dito sul fondo Efsf, le cui dimensioni non sono ancora state definite e quelli di Bank of Tokyo-Mitsubishi sottolineavano che non c'è alcun progetto per coniugare la sostenibilità del debito dei singoli Paesi con la crescita dell'economia.

Hanno il sapore dell'ovvietà queste ultime osservazioni, poiché a Bruxelles, oltre al forte messaggio politico, non sono stati stabiliti i tempi e le tappe di questo percorso e tanto meno i contorni del nuovo fondo Efsf. Inoltre, s'è deciso di procrastinare gli interventi a settembre. Da Bruxelles, non sono arrivate ieri risposte convincenti, tranne una da Francoforte. È quella di Jens Weidmann, capo della Bundesbank: con le decisioni di Bruxelles, si sono spostati i rischi dai Paesi meno virtuosi a quelli più solidi. Secondo il banchiere, questa «collettivizzazione dei rischi» dovrà anche spostare a Bruxelles (o a Francoforte?) la sede in cui si prenderanno le decisioni fiscali che oggi spettano ai singoli Governi. È il primo passo verso la creazione di un Tesoro unificato?

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