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Questo articolo è stato pubblicato il 08 gennaio 2012 alle ore 14:43.

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CHICAGO - «Chi scommette contro l'euro lo fa a suo rischio e pericolo». L'avvertimento è chiaro. Potrebbe sembrare di parte: arriva da Robert Mundell, premio Nobel per l'economia e padre teorico della moneta unica. Ma Mundell ha argomentazioni che vanno al di là della visione ristretta in cui ci muoviamo oggi, dell'isteria dei mercati, della speculazione e dalla pochezza di leadership dei politici. La sua credibilità è dunque indiscussa.

E porta il sollievo, di cui abbiamo tutti bisogno, di una visione più distesa e su orizzonti più lontani. Con Mundell, a Chicago per la conferenza annuale degli economisti americani, si guarda al futuro, si guarda alle sfide della globalizzazione, si guarda alle ragioni politiche, alla necessità di riportare un ordine monetario che garantisca stabilità per il mondo degli affari, dell'economia reale, che deve commerciare, crescere, dare occupazione produrre valore aggiunto.

«La mia visione è semplice – dice Mundell – abbiamo bisogno di una valuta globale, o di quanto più vicino ci possa essere a una valuta globale. L'euro è un pilastro di questo nuovo ordine monetario insieme al dollaro e allo yuan. Oggi l'economia globale poggia ancora su un ordine monetario che fa punto di riferimento sul dollaro. Ma è chiaro che è un sistema che riflette il passato, oggi siamo in un equilibrio economico molto diverso con un peso specifico dell'America sull'economia globale già molto ridimensionato». Mundell dunque vede delle ragioni strutturali e politiche che vanno al di là dell'Europa per la sopravvivenza dell'euro. Ma lo stesso vale per l'Europa: «La scelta di creare l'euro fu una scelta politica. Non fu l'evoluzione naturale di un fenomeno economico. E le ragioni politiche e storiche prevalgono. L'Europa ha costruito il suo futuro sull'euro. Ci sono litigi e differenze per come ci si posizionerà guardando in avanti. Ma mi colpisce la miopia dei mercati, o di coloro che parlano di caduta dell'euro: qui non stiamo parlando di numeri o di statistiche, stiamo parlando di una visione politica. Chi scommette contro l'euro lo fa a suo rischio e pericolo».

Ma Mundell, che dibatte con colleghi come Ronald McKinnon, Barry Eichengreen e Dominck Salvatore, non si ferma agli aspetti teorici. Il percorso è chiaro. Si uscirà da questa crisi di fiducia e a quel punto si sarà pronti per rimettere tutto in discussione, con un obiettivo: «Ci vogliono rapporti di cambio stabili. L'oro non può rappresentare il punto di riferimento come chiedono alcuni e come a me piacerebbe. L'ideale sarebbe una unificazione del dollaro e dell'euro. Ma intanto sarà possibile avvicinarsi coordinando le politiche monetarie molto da vicino e stabilendo un tasso di cambio che resti di riferimento fisso, diciamo di 1,30 fra euro e dollaro».

Resta nell'equazione il ruolo della Cina, che scalpita proponendo a sua volta un nuovo ordine monetario. «Lo stesso deve avvenire con lo yuan – continua Mundell -. Prevedo che nel giro di due o tre anni, per il 2015 lo yuan sarà liberalizzato. A quel punto sarà possibile effettuare un aggancio realistico con il dollaro e con l'euro. Le tre valute diventeranno un blocco che rappresenterà il 50% dell'economia mondiale. Se lo yen giapponese e la sterlina vorranno far parte dell'alleanza bene altrimenti potranno star fuori, in prospettiva conteranno molto meno».

Dopo aver contribuito alla nascita dell'euro, Mundell si propone ora come padre di una valuta mondiale. La forma intermedia a tre gli va benissimo. Consentirebbe a ciascuno di non rinunciare alla sovranità monetaria. È realistico? Se non ci si mette d'accordo in Europa come si può immaginare di mettersi d'accordo fra cinesi, americani ed europei? Non abbiamo visto mille sistemi "saltare" a partire dagli accordi di Bretton Woods? Mundell non si tira indietro, anzi rilancia: «Nel 46 a.C. Giulio Cesare prese atto che senza punti di riferimento per i parametri su cui poggiava il commercio, l'oro e l'argento, c'era il rischio di un grave disordine economico. Perciò stabilì un rapporto di 12 a 1. Quell'ordine è durato fino al 1206. Dodici secoli di stabilità attorno a un valore di riferimento preciso. Ci sono stati dei cambiamenti: con l'ascesa islamica nel VII e VIII secolo, il mondo arabo stabilì un rapporto di 6,5 a 1. A un certo punto il mondo gotico scandinavo stabilì un rapporto di 8 a 1 e la repubblica Veneziana identificò un valore di mercato di 10 a 1, ma parliamo di secoli non di decenni».

Mundell fa poi un excursus storico sugli altri punti riferimento. Il dominio della sterlina nell'Impero Britannico ad esempio, si tradusse in un riferimento mondiale. Nega che Bretton Woods (Robert Zoellick della Banca Mondiale invoca una nuova Bretton Woods) sia davvero un punto di riferimento. Ricorda la "rivoluzione" del 1913 «quando il Pil americano divenne più grande di quello di Gran Bretagna, Germania e Francia combinati... il dato storico di oggi è che la Cina sta per superare l'America. Allora ci fu un periodo di confusione, poi nel 1938 si decise che le riserve auree dovevano essere il punto di riferimento per le valute. Gli accordi di Bretton Woods ratificarono semplicemente un sistema già deciso dieci anni prima. Nel 1971 Bretton Woods fallì. Oggi siamo in un grande disordine. Ma dalla storia sappiamo che la stabilità è possibile. Dal futuro, che è necessaria. Basta volerla».

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