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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2012 alle ore 06:43.

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Piazza Affari vuole di più per concedere il «divorzio» a Benetton. Se si attendeva un segnale dal mercato per il delisting del celebre marchio di abbigliamento, allora ieri la Borsa ha fatto capire che reclama un prezzo più alto per l'Opa con cui la famiglia veneta vuol riprendersi tutta la sua storica azienda.

Il prezzo messo sul piatto dai Benetton per l'addio al listino dell'azienda omonima, 4,6 euro ad azione, è già stato bruciato dalla Borsa dove ieri il titolo è salito a razzo (+17%) per chiudere a 4,7 euro. Ma se il premio dell'Opa appare risicato (un sorprendente +44% sui prezzi dell'ultimo mese, ma appena +6% sull'ultimo anno) lo è anche perché un sospetto insider trading ha mandato in fumo buona parte di quello stesso premio.
Insider trading o meno (la Consob ha già aperto un'indagine che dovrebbe chiudersi a breve), le minoranze si aspettano maggiore generosità: quel 30% circa di flottante di Benetton, a cui l'Opa è rivolta, è suddiviso tra centinaia di investitori istituzionali, tutti sotto la soglia del 2 per cento. Soprattutto statunitensi; quasi del tutto assenti, invece, gli italiani (con l'eccezione della Alleanza Toro Assicurazioni). Attratti dal richiamo del brand e dalla politica di dividendi, fondi pensione, fondi d'investimento e banche hanno puntato le loro fiches sull'azienda italiana. E ora, per uscire, pretendono un guadagno più rotondo. La singola posizione più rilevante è del fondo pensione dello Stato del New Jersey che ha poco meno del 2%.

Al secondo posto il fondo inglese (ma domiciliato alle Bermuda) Orbis, che detiene oltre due milioni di titoli. In ogni caso è la presenza americana a dominare, come nazionalità delle minoranza, dai fondi pensione della California, dell'Alaska e del North Carolina a quello della Uaw, il potente sindacato degli operai automobilistici, fino alle banche come Wells Fargo. Questa però era la fotografia alla scorsa primavera, all'ultima assemblea di bilancio. Nel frattempo il titolo è crollato del 40% in Borsa e vista la fuga del big money americano dall'azionario Italia, non è escluso che molti di quegli azionisti abbiano ridotto la loro esposizione se non azzerata del tutto.
A ben vedere, sul rally di ieri hanno influito due diverse componenti: la prima è che visto la forbice ancora enorme tra prezzo di Borsa e prezzo di Opa (3,7 euro lunedì, anche al netto degli acquisti monstre) sono arrivati in massa gli arbitraggisti. Ma se fossero solo acquisti di chi specula sulla differenza tra quanto speso e quanto si incasserà con l'Opa, non si spiegherebbe il perché di una chiusura di giornata a un prezzo decisamente più alto dell'Opa stessa.

La cosa ha senso solo se si scommette che i Benetton alzeranno l'offerta. La storia, in questo senso, gioca a favore di chi specula: c'è un precedente nella galassia Benetton, che risale a dieci anni fa, ed è quello dell'Opa su Autostrade. Nell'autunno del 2002 la famiglia lanciò un'offerta su Autostrade, di cui già controllava il 30%, per avere la maggioranza assoluta. Il prezzo era di 9,6 euro, ma fu poi rialzato a 10 in corso d'Opa. Chi ieri ha comprato è forse memore di quell'operazione e spera in un bis (anche se allora la situazione era un po' diversa perché i Benetton non avevano, come nel caso della United Colors, la maggioranza). A Villa Minelli nessuno scopre le carte, ma fanno trapelare che non ci saranno rilanci: il prezzo è e sarà quello e peraltro include anche eventuali dividendi che dovessero essere pagati da qui al delisting.

Una cosa è certa: con queste premesse l'addio alla Borsa rischia di costare caro, visto che una probabile «soffiata» ha vanificato buona parte dell'effetto annuncio. Quei rialzi anomali, sui quali i Benetton, oggettivamente danneggiati, stanno valutando se ricorrere alla giustizia, hanno contribuito ad aumentare la media dei prezzi di Borsa. Adesso il mercato è un bivio: prudenza e buon senso suggerirebbero di aderire all'Opa e ieri anche l'autorevole Financial Times ha fatto endorsement a favore della consegna dei titoli. Ma se il titolo dovesse rimanere sopra la soglia dei 4,6 euro, allora l'Opa si rivelerebbe fuori mercato perchè sarebbe più conveniente vendere in Borsa.

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