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Questo articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2012 alle ore 08:20.
I mercati finanziari sembrano quasi tornati normali. Nella settimana appena trascorsa l'appetito per il rischio ha premiato le azioni e i titoli di Stato in credito di fiducia (per esempio quelli italiani, che hanno ridotto lo spread a 281 punti base) e l'oro rifugio è scivolato di altri 30 dollari a 1.658, sotto il record di 1.781 di fine febbraio.
Gli indici sono sembrati adattarsi perfettamente al clima politico e ai fondamentali dell'economia: dapprima cauti in attesa della ratifica del prestito Ue alla Grecia e sui timori per le difficoltà del Portogallo; poi brillanti sui dati macro in arrivo da entrambe le sponde dell'Oceano. A sostenere la tesi di migliori prospettive del ciclo hanno contribuito il balzo dell'indice Zew tedesco e la crescita della produzione industriale dell'Eurozona positiva, seppure poco sopra lo zero, e negli Stati Uniti l'aumento delle scorte delle imprese e dell'attività misurata dalla Fed di Philadelphia nell'area del Mid-Atlantic, un'importante zona manifatturiera.
Ma i dubbi sull'allineamento delle Borse al mondo reale non si sono dissipati tra gli osservatori più attenti (per alcuni i più pessimisti) dell'economia.
Le nuove obbligazioni governative elleniche che prezzano sotto i trenta centesimi già al debutto la dicono lunga sulla certezza che il debito di Atene avrà bisogno di un ulteriore taglio prima di raggiungere gli obiettivi concordati con la comunità internazionale. Mentre i problemi di Portogallo e Irlanda hanno disturbato gli operatori, però non hanno stravolto le loro strategie generali e l'effetto è stato limitato. Le polizze assicurative (Cds) sui titoli di Stato dei due Paesi si sono impennate, l'indice azionario di Lisbona ha perso solo l'1,4% nell'ottava (tutto sommato un calo ordinario e in gran parte nella giornata di lunedì) e quello di Dublino è addirittura salito del 2,7% grazie alle rassicurazioni del Governo sulla ripresa del Pil.
Uno dei punti focali della discussione sui rialzi dei listini è il ruolo della liquidità abbondante fornita dalle banche centrali. Per esempio, Goldman Sachs è convinta che entro giugno ci sarà una terza iniezione monetaria sui mercati della banca centrale Usa (QE3), perché il miglioramento dell'economia non è sufficiente e l'occupazione ha bisogno di una spinta. E le elezioni presidenziali - aggiungiamo - sono in vista. La banca mette in conto la manovra a dispetto di chi ha interpretato in senso negativo le parole del Presidente della Fed. Ben Bernanke, infatti, ha confuso le idee a chi contava sul denaro del QE3 con una definizione della crescita come «moderata»; più forte della precedente «modesta» e quindi meno bisognosa di aiuti e tuttavia vulnerabile al rallentamento globale. La dichiarazione è volutamente sibillina; quello che è certo è la dipendenza dei mercati dalle dosi periodiche di moneta, sterilizzata o meno da operazioni di drenaggio della liquidità in circolazione.
Opinione più condivisa è il rischio che l'inflazione alimentata dal petrolio eroda redditi e spesa privata, oltre che i margini aziendali. I prezzi al consumo americani a febbraio sono saliti (0,4%; +2,9% annuo) trainati dalla benzina, che a 4 dollari il gallone si avvicina alla spirale del carovita e la quotazione del greggio è tornata ai livelli pre-crisi del 2008 (107 dollari il Wti del Texas, 126 il Brent del Mare del Nord). La fiducia in ribasso dei consumatori dell'Università del Michigan ieri ha già scontato l'allarme del potere d'acquisto.
Non solo: negli indicatori regionali della Fed (come quello di Philadelphia o di New York rilasciati in settimana) si nota il divario sfavorevole per le aziende tra prezzi pagati e quelli incassati e le stime per i prossimi utili trimestrali dell'S&P500 sono state abbassate a un modesto 2,8% contro il 5,5% calcolato a inizio anno e il 10,2% di ottobre. L'indice di Wall Street, ai massimi da quattro anni sopra i 1.400 punti, ha guadagnato il 2,4%, come il Dow Jones (+2,3% il Nasdaq). In Europa lo Stoxx 600 segna +2,6% (3,5% Milano; 4% Francoforte; 3,1% Parigi, 1,3% Londra).
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INDICI
+2,4%
S&P 500
+2,3%
Nasdaq
+2,6%
Stoxx 600
+2,0%
Nikkei
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con un articolo di Stefano Carrer








