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Questo articolo è stato pubblicato il 31 marzo 2012 alle ore 13:40.

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Si vive più a lungo e anche per questo si va in pensione più tardi. Il dato di fatto ha guidato le riforme pensionistiche degli ultimi anni in tutti i paesi industrializzati, Italia compresa. Dal 2013, in particolare, l'età della pensione sarà agganciata all'aspettativa di vita in maniera automatica, bypassando quindi la discrezionalità della politica, che in passato è intervenuta in materia con mosse poco efficienti (si pensi al decreto del 1973 che consentì ai dipendenti pubblici di andare in pensione con 14 anni, sei mesi e un giorno di lavoro). Il problema non è individuale, ma sociale.

Il Rapporto sulla Coesione Sociale 2011 di Istat, Inps e Ministero del Welfare, dice che è forte in crescita la "dipendenza" tra pensionati e lavoratori; il rapporto percentuale tra la popolazione con almeno 65 anni e la popolazione in età attiva (15-64 anni): se in Italia nel 1995 c'erano 24 anziani per 100 persone in attività, la quota è salita al 30,8% nel 2010 e punta a superare il 43 nel 2030, per oltrepassare il 60% nel 2050. Acquisito questo dato di fatto, si apre il tema sulla qualità della vita in età anziana: l'adeguatezza delle risorse finanziarie riguarda i fondi pensione, mentre invece la protezione della salute chiama in causa i fondi sanitari e le coperture offerte; si pensi alla Long Term Care, che copre dal rischio di non autosufficienza con l'aumento della rendita pensionistica o l'accesso a servizi di assistenza. Sono temi che in futuro saranno sempre più importanti e sentiti.

Se non tutti hanno la possibilità di aderire a strumenti complementari pensionistici o sanitari, le conoscenze sull'effetto di alcuni comportamenti sulle nostre aspettative di vita sono molto diffuse: si sa che fumare fa male, che l'attività fisica migliora la resistenza del nostro corpo e che lo stress lavorativo peggiora la qualità della nostra vita fino a livelli pericolosi. Si tratta di conseguenze scientificamente quantificabili di cui si può calcolare l'impatto sulle aspettative di vita.

È quanto possiamo realizzare utilizzando il tool elaborato da Progetica per Plus24 - Il Sole 24 Ore, consultabile sul canale web del nostro settimanale: «Chi vuol essere centenario» è un simulatore che consente di misurare l'incidenza di una serie di comportamenti sulla nostra aspettativa di vita, calcolata in base al discostamento rispetto all'aspettativa di vita media fotografata dall'Istat. Alla base del tool, una serie di ricerche scientifiche a carattere internazionale che hanno misurato l'incidenza di una serie di comportamenti sulla vita media (vedi scheda a fianco).

Per ciascuno è soprattutto l'opportunità di fare mente locale su quanto incidono alcuni comportamenti quotidiani: per un cinquantenne, per esempio, la sedentarietà riduce l'attesa di vita di cinque anni; e un consumo per quanto non smodato di alcolici – un bicchiere di vino a pasto e un paio di alcolici a settimana – secondo gli scienziati riduce l'aspettativa di vita di tre anni circa.

Altri esempi? Una donna cinquantenne, poco propensa all'attività fisica, ma con uno stile di vita sobrio e non particolarmente soggetta a stress, può aumentare la propria longevità da 85,6 anni (dato medio statistico) a 92 anni. È appena il caso di aggiungere che ciascuno può verificare quanto può vivere in più se se migliora la propria situazione lavorativa o familiare; o viceversa se passa a un lavoro stressante o se la vita affettiva subisce una svolta negativa. Ma in definitiva, cosa bisogna fare per puntare a vivere cento anni? Si calcola che un 25enne sportivo e senza vizi, soddisfatto del proprio lavoro possa raggiungere agevolmente i 99,7 anni. Una donna può tagliare il traguardo delle cento candeline anche da 35 anni. E voi provate a verificare dove potrebbe portavi il vostro stile di vita e, nel caso, come potete cambiarlo per un percorso più lungo. E migliore.

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