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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2012 alle ore 08:19.

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Quando c'è gente che si angustia, o finge di farlo, perché un Paese come l'Olanda sfora l'obbiettivo di bilancio, significa che s'è perso il senso della realtà. Con un deficit al 4,5%, anziché al 3%, e con un debito pubblico al 65% del Pil, l'Olanda resta tra gli Stati più virtuosi al mondo. Al confronto, Stati Uniti e Gran Bretagna sarebbero sull'orlo del baratro e i loro titoli del Tesoro dovrebbero rendere due o tre punti percentuali in più e non 20-30 centesimi in meno, come è nelle cose.

La differenza tra Paesi Bassi e Usa e Uk è che le ultime due hanno una propria banca centrale che batte, anzi crea moneta a piacimento, si dirà. Ma l'effetto del quantitative easing è che la Gran Bretagna è ugualmente in recessione (seppur meno profonda dell'Italia) e che gli Usa per produrre 142 miliardi di Pil (nominale) in più nel primo trimestre hanno impiegato 359 miliardi di nuovi debiti. Tradotto in percentuale, sarebbe come dire che un deficit su base annua vicino al 10% produrrebbe una crescita del Pil attorno al 4% in termini nominali e poco sopra il 2 in valore reale.

Eppure l'enfasi, che fino a qualche mese fa puntava solo sull'austerità fiscale, viene ora tutta riposta sulla crescita economica. Di crescita (mancata) hanno riempito pagine gli analisti delle agenzie di rating, ogni qualvolta dovevano tagliare i giudizi su un debito sovrano per adeguarli a quanto i mercati avevano già stabilito da mesi. Di crescita sono piene le invocazioni dell'amministrazione americana, preoccupata solo che il peggiorare delle cose in Europa possa trascinare ancor più in basso gli Usa. Di crescita parlano ora tutti gli analisti e gli economisti, compresi quelli che fino a febbraio invocavano il rigore. Di misure per rilanciare l'economia hanno iniziato a discutere i governi dei Paesi più a rischio e quelli impegnati in difficili campagne elettorali. Finalmente, di crescita s'è fatta paladina persino Angela Merkel che, dopo aver ribadito per anni la necessità per tutti gli stati dell'eurozona di severe regole di bilancio, fa dire al suo portavoce: «Ora, per un po' di tempo, la crescita è il secondo pilastro della politica tedesca per sconfiggere la crisi».

Questo rapido mutamento di stile ha più l'aspetto di una opportuna compiacenza ai desiderata dei mercati che a profonde convinzioni economiche. E se i mercati si tranquillizzano un poco sui Btp o sui Bonos spagnoli, ben venga l'abuso della parola «crescita», pur non capendo da dove possano venire i soldi per risollevare l'economia. Negli Usa s'è capito che arrivano dai consumi delle famiglie che, tra prestiti agli studenti, sussidi di disoccupazione e soprattutto l'uso delle carte di credito (quelle con le quali si compera a debito, s'intende), s'incentivano gli acquisti di auto, elettrodomestici, iPad e altri prodotti che insieme a qualche abito hanno fatto la totalità della crescita del Pil nel primo trimestre.

Non si sa bene se il solo pronunciare la parola crescita comporti qualcosa di virtuoso o se stia crescendo una certa stanchezza tra la speculazione internazionale; fatto sta che s'è vista una relativa calma sui mercati. E anche su quelli europei, pur nel turbinio di problemi che affannano Italia e Spagna, si guarda senza ispirazione ai comportamenti di Wall Street: la quale tende a salire e lo fa soprattutto in presenza di deludenti dati macro economici, come si confà a un mercato che guarda solo alla droga monetaria della Fed. Forse è anche vero che la speculazione ha perso mordente, dal momento che i titoli bancari quotano a valutazioni da quasi fallimento e che di titoli di Stato italiani e spagnoli ne sono rimasti assai pochi nei portafogli internazionali. Considerando che il 60% del debito italiano è in mani domestiche e che una buona fetta, per lo più in titoli a breve, è presso istituzioni dell'area euro, agli investitori americani e britannici resta assai poco da poter vendere ancora. In ogni caso, è difficile aspettarsi miglioramenti nella crisi dei debiti sovrani, anche perché tra gli investitori s'è fatta strada una diversa percezione del rischio: è calata quella di un probabile fallimento degli Stati ed è cresciuta quella del possibile disfacimento dell'euro.

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