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Questo articolo è stato pubblicato il 05 maggio 2012 alle ore 08:21.
In apparenza c'è una grande somiglianza tra l'andamento dell'indice Nikkei di Tokio e quello del Mib di Piazza Affari. Il primo ha perso il 76% dal massimo storico del lontano dicembre 1989; il secondo è caduto di oltre il 72% dal record del marzo 2000. Entrambi sono reduci da una bolla speculativa. E, sia il Giappone sia l'Italia si ritrovano con un sistema industriale in affanno e con debiti pubblici tra i più elevati al mondo. Si potrebbe aggiungere che entrambi i Paesi hanno un alto indice di corruzione, sebbene il nostro sia tale da far impallidire il Sol Levante. Ma le somiglianze si fermano qui.
Di altra natura è stata la bolla speculativa giapponese, diverso è il sistema produttivo e nemmeno comparabile è il debito pubblico del Giappone che, per quanto sia quasi doppio (208% del Pil) del nostro, produce rendimenti dei titoli di Stato pari allo 0,89% sui decennali (5,5% per i Btp). E sebbene entrambe le economie abbiano vissuto lunghi anni di stagnazione, quella italiana è alle prese con una recessione che si sta rivelando la più profonda dagli anni Trenta: provocata certamente dai problemi strutturali del Paese, come pure dall'incapacità della classe politica che ha governato negli ultimi 20-30 anni. Ma la recessione, adesso, è sicuramente aggravata dalla crisi dei debiti sovrani e dalle misure di austerità fiscale che sono state intraprese in Italia, come in buona parte dell'Europa.
Si può argomentare che questa crisi sia stata montata in maniera spesso strumentale, considerando che il debito di Stati Uniti, Gran Bretagna (o Giappone) è ben più elevato della media europea, specie se si aggiunge quello delle famiglie e delle imprese: e sotto questo riguardo l'Italia parrebbe uno dei Paesi più virtuosi. Ma la crisi è soprattutto il risultato di un sistema monetario piuttosto astratto e slegato da una unione politica e fiscale, destinato pertanto a creare squilibri tra i vari Paesi membri. Per la speculazione internazionale, le debolezze intrinseche dell'euro sono state l'occasione per un assalto più che giustificato.
È difficile dire se questo assalto stia andando oltre il ragionevole, visto che la razionalità dei mercati non sempre si misura sui fondamentali e quasi mai nei tempi brevi. Tuttavia c'è qualcosa di eccessivo e, più che sull'andamento dei titoli di Stato (i cui rendimenti tendono semmai a decrescere in Italia e Spagna), lo si rileva nelle quotazioni dei titoli azionari e bancari in primo luogo. Diverse sono le condizioni della fase attuale della crisi, rispetto a novembre, dicembre. Cinque mesi fa, la continua caduta dei bond sovrani s'accompagnava al crollo dei titoli delle banche, perché tutti i timori erano sul rischio di fallimento del debito pubblico. Oggi ci si preoccupa assai meno di un default (tanto meno per i titoli italiani), ma molto più per il possibile disfacimento dell'euro (con il conseguente ritorno alle valute nazionali) e ancor più per le conseguenze di una recessione che, per Italia e Spagna, ancora non lascia intravvedere la fine.
Se si osservano gli indici dei titoli bancari delle Borse euro e le quotazioni delle banche italiane (si veda l'articolo a pagina 10) e soprattutto l'accelerazione delle cadute negli ultimi giorni, si ha quasi l'impressione che il ribasso sia entrato nella fase più parossistica e quindi finale. Più in basso di così, s'è tentati di dire, dove si può arrivare? Probabilmente si può arrivare ancora più in basso, non tanto perché le quotazioni siano suscettibili di scendere ulteriormente in base ai fondamentali (a patto che non si ipotizzi un quasi totale fallimento del sistema), ma perché i ribassi degli ultimi giorni sono stati provocati dal cambiamento d'umore di Wall Street e non da un oggettivo peggioramento delle cose nell'area euro. E l'S&P500, che appena 4 sedute fa era risalito a quota 1.410, ossia a 150 punti (10%) dal massimo storico del 2007, ha davvero ampi spazi per scendere, se la recessione europea finisce per compromettere la già incerta ripresa americana.
In settimana l'S&P ha perso il 2,3% e lo Stoxx il 2,4% (-5,8% Milano, -3,2% Parigi, -3,5% Francoforte, -2,1% Londra).
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INDICI
-2,3%
S&P 500
-3,7%
Nasdaq
-2,4%
Stoxx 600
+2,3%
Shanghai
FOCUS
In 12 anni s'è perso il 72%
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