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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2012 alle ore 08:14.

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Gli italiani danno il loro «ok» su Edison e si chiude la partita dell'energia con una spartizione tra Italia e Francia. A2A e Iren accettano di pagare un conguaglio per chiudere la pratica del «divorzio». Si scioglie il nodo dell'«Opa della discordia», al nuovo prezzo di 0,89 euro come espressamente voluto da Consob, e arriva l'accordo sul tormentato divorzio tra il colosso pubblico francese Edf (Electricitè de France).
Si chiude così una partita iniziata undici anni fa: il gruppo transalpino diventerà il proprietario della storica compagnia milanese. Dall'altro lato, dopo 18 mesi di trattative condotte dal direttore generale Renato Ravanelli, attorno ad A2A-Edipower nasce il secondo produttore italiano di elettricità. Un progetto a lungo caldeggiato dall'ex presidente A2A Giuliano Zuccoli, il super manager pubblico dell'energia scomparso lo scorso febbraio. Tutto era iniziato con il «no» di Giulio Tremonti che l'anno scorso, sulla scia della scalata alla Parmalat di Lactalis, aveva bloccato una bozza di accordo Edf-A2A. Nel frattempo ben tre ministri si sono avvicendati prima di arrivare a sciogliere tutti i nodi.
L'accordo prevede che Delmi venda a Edf il suo 50% di Transalpina di Energia (la holding che ha il 60% di Edison): i francesi diventano così azionisti di maggioranza assoluta. Allo stesso tempo Edison vende il suo 50% di Edipower (le centrali elettriche ex Genco privatizzate dall'Enel) a Delmi (che di Edipower ha già il 30%) per circa 700 milioni. Ci guadagna anche Edison che deconsolida 1,2 miliardi di debiti, con un miglioramento immediato della solidità patrimoniale.
Ieri una lunga maratona di consigli ha scandito i tempi del «sì» definitivo da parte italiana (i francesi avevano già dato il loro benestare il giorno precedente) che parteciperà per un minimo di 12,5 a un massimo di 25 milioni ai maggiori costi dell'Opa Edison di Edf. Ha iniziato di prima mattina il consiglio di gestione di A2A a Milano e poi quello di sorveglianza a Brescia. È stata poi la volta di Delmi, la scatola che raccoglie gli altri soci italiani (Iren, Sel e Dolomiti Energia). Da ultimo, in serata, il cda di Edison ha deliberato di accettare i nuovi parametri dell'operazione.
Dal giorno dell'«Accordo di Santo Stefano» dello scorso dicembre, che aveva sancito l'intelaiatura dell'accordo di spartizione, italiani e francesi di fatto hanno vissuto da separati in casa in attesa che fossero definiti i vari contratti e tutte le implicazioni dell'accordo. L'ultimo ostacolo era appunto quello dell'Opa: i francesi inizialmente non volevano nemmeno farla l'Opa. Poi l'intesa di dicembre (che aveva ridisegnato l'intera operazione) la rendeva necessaria, ma Edf si era detta irremovibile dal prezzo di 0,84 euro da lei proposto. Peccato che Consob avesse deciso che quel prezzo andava ritoccato di almeno 5 centesimi. Di qui l'empasse, superato con la decisione di ripartirsi equamente l'extra-costo (peraltro minimo, visto che si tratta di 50 milioni su una partita da quasi un miliardo). L'Opa su Edison è la conseguenza dell'intesa di dicembre (che fa salire Edf complessivamente all'80% di Foro Buonaparte), quindi per giustificare tout court il rialzo del prezzo dell'Opa francesi e italiani si sono trovati d'accordo nel rivedere il prezzo della transazione, la cui architettura è rimasta invariata. Quel 50% di Edipower che Delmi comprerà è stato riprezzato a 684 milioni, dai 604 iniziali.
A ben vedere sull'intera vicenda scende un sipario che si era alzato nell'estate del 2001, quando la Fiat di Gianni Agnelli ed Edf unirono le forze in Italenergia. La holding scalò la vecchia Montedison che veniva dagli anni post-crack della Ferruzzi di Raul Gardini e che era stata affidata da Mediobanca alle cure del risanatore Enrico Bondi, da lì poi passato in Telecom Italia, Lucchini e infine Parmalat; per poi essere chiamato, cronaca recente, dal Governo Monti.
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