Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 15 luglio 2012 alle ore 08:14.

TRIPOLI - «Vendere ora? Sarebbe folle. Perderemmo più di un miliardo di euro. E comunque la partecipazione libica in UniCredit non è in discussione. È un investimento a lungo termine. Siamo convinti che saremo ripagati con una crescita». Nel suo ufficio di Tripoli, all'interno di un palazzo dall'architettura fascista, Ali Mohammed Salem, vice governatore della Libyan central bank, mette le mani avanti: UniCredit resterà un investimento strategico. Anche per la Nuova Libia.
Sono passati nove mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Dopo un periodo di grandi incertezze la Libia sta cercando di rimettersi in piedi. Le elezioni dello scorso 7 luglio, le prime multipartitiche dal 1952, hanno segnato l'inatteso successo di una coalizione guidata da forze più liberali e “laiche” dei partiti islamici. L'economia sta ripartendo. Le banche sono tornate a funzionare. E se la grande ricostruzione versa ancora in stato di paralisi, la produzione petrolifera è già tornata ai livelli precedenti la rivolta. «Dopo lo scongelamento degli assets della Banca centrale – spiega Salem – le nostre riserve in valuta estera ammontano a 116 miliardi di dollari».
Ora le autorità libiche hanno il tempo per concentrarsi su quale strategia adottare nei confronti delle partecipazioni all'estero, quindi anche in UniCredit, dove ambiscono ad avere un membro nel nuovo Board. Fino al 2010 i libici erano i primi azionisti; la banca centrale deteneva una quota del 4,98% che, unita a quella del fondo sovrano, il Libyan investment Authority (Lia), ammontava a circa il 7,6 per cento. Quota scesa sotto il 5% dopo l'aumento di capitale varato da UniCredit lo scorso gennaio a cui la Banca centrale ha aderito solo in parte sottoscrivendo circa la metà dei diritti, ricorrendo a un'operazione di "tail swallowing". Operazione a cui è ricorsa anche la Lia, i cui beni erano congelati ma non ancora sotto il sequestro disposto dalle autorità giudiziarie italiane (scattato a fine marzo). Le quote sono così scese a circa il 3% per la Banca centrale e sembra oltre l'1,3% per Lia (in cui Salem è nel board). «Non abbiamo aderito pienamente all'aumento di capitale – spiega Salem – perché eravamo appena usciti dalla guerra. L'economia era distrutta, avevamo altre priorità. Lo scenario è cambiato. Possiamo valutare investimenti all'estero».
Le autorità libiche vogliono avere più voce in capitolo in Unicredit. L'ultimo a rinnovare la richiesta è stato, il 20 giugno, il nuovo presidente del Lia, Moshen Derregia, che ha prospettato la possibilità di ulteriori investimenti (sempreché venga tolto il sequestro). Tre settimane prima il governatore della Banca centrale, Saddeq Omar el-Kaber, ha espresso il desiderio di avere un membro nel nuovo board. Il candidato designato era il suo vice, per l'appunto Ali Mohammed Salem. Il quale spiega così le ragioni di questa richiesta: «Desideriamo un membro nel board perché abbiano ancora una grande quota in UniCredit».
Non si è trattato tuttavia di un'esclusione da parte dell'istituto italiano. La Banca centrale libica non ha presentato la lista dei suoi candidati al Cda entro il temine previsto, in aprile. «Durante il periodo del deposito delle liste abbiamo avuto poco tempo per prendere una decisione. – si difende Salem – e comunque i documenti ci sono arrivati tardi. Ma va bene così». «Stiamo cercando di rendere UniCredit un investimento di riferimento all'estero – precisa - e continueremo a farlo. Sia se entreremo nel board sia se ne resteremo fuori. Non siamo rammaricati. Ma…» Salem prende una lunga pausa: «Un libico nel board rappresenterebbe un vantaggio sia per la Libia che per l'Italia. Ci permetterebbe di conoscere a fondo la struttura dell'economia, i criteri di investimento, il mercato; potrebbe valutare ulteriori investimenti, sia da parte della Banca centrale sia da parte del Lia». Un'altra pausa. «Mettiamola così: se sono lontano dalla cabina di comando non sono a conoscenza, quindi non sono interessato. E se non si è nella condizione di conoscere bene le decisioni e le dinamiche interne si finisce per considerare il risk management molto alto e quindi per tenersi lontani». E il difficile momento congiunturale? «Non guardiamo ai dividendi ma alla crescita – conclude il vicegovernatore – Crediamo che l'Europa uscirà dalla crisi nel 2016. È improbabile che il valore delle azioni torni a quanto le abbiamo acquistate, ma penso che possano salire a 8».
Permalink
Ultimi di sezione
-
la giornata dei mercati
Borse, crolla Tokyo (-7,3%) - I bond problema del Giappone - E ora frena anche la Cina - Milano maglia nera d'Europa, bancari pesanti - Video
dai nostri corrispondenti Stefano Carrer e Rita Fatiguso con una videoanalisi di Laura Galvagni
-
TLC
Anche S&P taglia il rating di Telecom. Oggi il cda sullo scorporo della rete
-
Inchieste
Mps, Briamonte indagato per insider - Dossier Mps
di Sara Monaci
-
prima operazione abs nel settore media
Il Sole 24 Ore, cartolarizzazione di crediti commerciali per 55 miliardi
-
new york
Magazzini Saks pronti alla vendita: mandato a Goldman Sachs. Della Valle secondo azionista del retail di lusso
-
banche
Intesa si affida al team di Cucchiani. Ecco la nuova squadra
|di Marco Ferrando








