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Questo articolo è stato pubblicato il 09 ottobre 2012 alle ore 06:42.

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James Pallotta insieme a Totti (Ansa)James Pallotta insieme a Totti (Ansa)

Per James Pallotta, investire sulla Roma è come comprare i BTp: prezzo buono, rischio medio e soprattutto tanto valore inespresso. Sul mercato si può certamente trovare di meglio, ma la sicurezza costa cara e in generale rende poco: «Quando si fanno certi investimenti – spiega il finanziere italo-americano, padrone e neopresidente della As Roma – il rendimento potenziale è fondamentale: nello sport non esiste come in Borsa l'investimento mordi e fuggi.

Se vuoi guadagnare devi costruire e puntare sui risultati di lungo periodo: e anche per questo dico che le squadre sportive non andrebbero mai quotate. Una seduta in Borsa, come una singola partita, non esprime il valore di una squadra: non è un caso se nove anni fa, dopo l'acquisto della squadra di basket dei Boston Celtics, abbiamo deciso di delistarla da Wall Street». Se questa è la visione, allora anche per le azioni della Roma potrebbe profilarsi presto il delisting da Piazza Affari: «È prematuro parlarne – risponde Pallotta – Abbiamo progetti più importanti e urgenti come stadio e scudetto: quello che posso dire per ora è che sono contrario alle squadre quotate».

Per Pallotta, 53 anni di cui 30 trascorsi a Wall Street, la Roma è più di una scommessa finanziaria: è anche una rivincita personale, visto che tre anni fa, poco prima di lanciarsi nell'avventura calcistica con UniCredit, fu costretto a smontare i suoi hedge fund e restituire il denaro ai soci. I fondi Raptor di Pallotta, che nel massimo del successo arrivarono a 12 miliardi di dollari, furono infatti tra le prime grandi vittime del dopo-Lehman Brothers, arrivando a perdere il 20% del valore in pochi mesi: nel giugno del 2009 Pallotta chiuse i fondi motivando la decisione «con l'ottica di breve periodo» che ormai dominava a Wall Street anche nel risparmio gestito. Per comprare la Roma, Pallotta ha così costitutito un nuovo fondo, il Raptor Accelerator, e con un gruppo di soci esperti anche nelle gestioni sportive e con obiettivi di lungo periodo ha chiuso nel 2011 l'affare con Unicredito. «La squadra è sottovalutata – spiega – come è più in generale sottovalutata l'Italia. Ma io sono ottimista: con le riforme e un sistema economico ben più vitale di quanto si percepisca all'estero, l'Italia uscirà bene dalla crisi».

Giunto in Italia la scorsa settimana per l'approvazione del bilancio, Pallotta accetta di rilasciare la sua prima intervista: oggi sarà a Londra per partecipare a «Leaders in Football», summit con 150 sponsor e presidenti di società sportive: si parlerà di stadi, sponsorizzazioni, diritti televisivi e contratti. Un'occasione che segnerà il debutto del finanziere americano nell'enclave calcistica europea. A Londra si parlerà anche di nuovi stadi, argomento su cui Pallotta è pronto all'affondo: entro 2-3 mesi, la Roma a guida americana presenterà infatti il suo progetto.

«Io avrei usato il Colosseo per il nuovo stadio di Roma – dice ridendo Pallotta – ma mi hanno detto che era occupato. Scherzi a parte, siamo quasi pronti: abbiamo già avuto numerosi incontri con il Sindaco di Roma e con gli uffici tecnici del Comune: abbiamo esaminato 100 siti, ne abbiamo selezionati 12 e infine con l'advisor Cushman & Wakefield siamo arrivati a una short list di 3 aree. Ora siamo alla scelta finale: lo stadio, che avrà 60mila posti, negozi e ristoranti, è stato progettato da un architetto di fama mondiale come Dan Meis e dovrà essere pronto per i campionati europei del 2016». Pallotta non vuole scoprire troppe carte, ma rivela che in ballottaggio ci sono progetti che potrebbero interessare un'area tra i 30 e i 100 ettari: i terreni di cui si parla sono a Tor di Valle (dell'imprenditore Parnasi) e in un'area di proprietà dell'Eni al quartiere Testaccio, cuore giallorosso della capitale. «A seconda della scelta – spiega Pallotta – l'investimento potrebbe anche superare i 200 milioni di euro. Vi sembrano programmi da azionista di passaggio?».

In attesa dello stadio, Pallotta e i suoi manager confermano di voler vincere uno scudetto entro 5 anni: «Vogliamo far capire a tutti – spiega – che questo è il principio di una nuova storia per la Roma e per il calcio italiano». Anche se altri finanzieri americani hanno investito sul calcio europeo dall'esplosione della crisi finanziaria nel 2008 (basti citare l'ingresso nel Manchester United del tycoon di Wall Street Malcolm Glazer o l'acquisto dell'Aston Villa da parte di Randy Lerner) è la prima volta che un fondo americano investe sul calcio italiano: «L'operazione mi era stata suggerita da George Soros – spiega Pallotta – perché è stato molto vicino a comprare la squadra: in quel momento stavamo valutando l'acquisto di un'altra squadra europea, ma davanti alla Roma non ho avuto dubbi. È chiaro che una nostra esperienza di successo in Italia può fare da traino ad altre operazioni del genere dagli Stati Uniti».

Successo, per un gestore di Wall Street abituato a confrontarsi con la Borsa su azioni e bilanci in termini di risultati di bilancio, significa anche risanamento dei conti. Il primo bilancio d'esercizio della proprietà americana non è stato in effetti esaltante. La perdita è stata superiore a quella dell'era Sensi (58,4 milioni di euro contro i 30,7 milioni di un anno fa), mentre i ricavi sono scesi del 19% a 115,9 milioni. Anche l'esercizio in corso, ammette Pallotta, «si chiuderà con una perdita significativa», intorno ai 20 milioni euro, e le risorse necessarie per andare avanti arriveranno da «un incremento dell'esposizione per anticipazioni su contratti in essere e con interventi degli azionisti», come previsto dall'assemblea di fine gennaio che aveva deliberato un aumento di capitale da 80 milioni, di cui 50 già sottoscritti a fine maggio. «I risultati non ci sono piaciuti – conclude Pallotta – ma sono stati comunque migliori delle nostre previsioni. Quest'anno faremo di più sia sui risparmi che sui ricavi: le vendite di biglietti solo salite in valore del 50% e nuove risorse arriveranno dalle sponsorizzazioni internazionali, come quelle con Disney e con Volkswagen. Sul merchandising le cose potrebbero andare anche meglio se ci fosse una lotta più incisiva alla contraffazione, un fenomeno che in altri Paesi è quasi inesistente: non riguarda solo noi ma tutte le squadre». E i rapporti con Unicredito? «Ottimi, e finchè la banca resterà con noi saremo contenti».