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Questo articolo è stato pubblicato il 10 gennaio 2013 alle ore 15:01.
L'ultima modifica è del 10 gennaio 2013 alle ore 14:52.
(Ansa)
Tassi fermi. La Banca centrale europea, contrariamente a quanto è avvenuto nel corso della riunione di dicembre, non ha neanche discusso la possibilità di ridurre il costo "ufficiale" del credito, ritenendo che le aspettative sui prezzi - il faro della politica monetaria in Eurolandia - non sono cambiate. La decisione è stata dunque presa all'unanimità.
Cosa è cambiato? Il presidente Mario Draghi, in conferenza stampa, ha spiegato che si sono avuti importanti miglioramenti sui mercati finanziari: «I rendimenti e i tassi sui credit default swaps sono calati - ha spiegato - le borse sono salite, la volatilità è ai minimi, i rimborsi netti di prestiti sono scesi». Si è assistito inoltre a un flusso di capitali dall'esterno di Eurolandia. Non sembra preoccupare, intanto, il livello dell'euro, che Draghi considera in linea con la media storica.
Sul fronte dell'economia reale, inoltre, «si sono stabilizzati, sia pure a un livello basso - ha spiegato Draghi - alcuni indicatori congiunturali». Il presidente non ha specificato quali, ma gli analisti avevano già notato nei giorni scorsi che sono migliorati gli indici detti "di fiducia" che misurano con tempestività - ma senza la precisione del Pil - il livello di attività economica e, in più, quello delle aspettative nelle aziende.
I progressi non sono stati comunque troppo enfatizzati. L'economia resterà debole nel 2013, il futuro resta dominato da ampia incertezza, e le decisioni di politica monetaria non sono ancora riuscite a trovare - ha spiegato Draghi - la strada verso l'economia reale. I prestiti alle banche sono infatti ancora bassi: continua a pesare la frammentazione dei mercati finanziari nazionali, anche se il presidente ha più volte sottolineato come la situazione sia migliorata anche su questo fronte. L'Unione bancaria resta comunque «cruciale».
È troppo presto dunque, ha concluso Draghi, per uscire dalla fase ultraespansiva della politica monetaria (malgrado qualche segno di "esuberanza" in alcuni settori molto piccoli e limitati), anche se i "rischi di coda" - quelli, per semplificare, relativi a eventi rari e catastrofici - sono stati «rimossi».
Tutto il resto dipende dai governi e dalle riforme. Anche, e soprattutto, il nodo dell'occupazione, che per Draghi è in buona parte strutturale: se colpisce più i giovani degli anziani, ha detto, è a causa dell'esistenza di un mercato del lavoro duale. Quel che occorre, ha spiegato, sono riforme dei mercati dei prodotti e del lavoro per ricreare competitività.
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