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Questo articolo è stato pubblicato il 24 gennaio 2013 alle ore 06:41.

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Fabio Pavesi
Le probabilità di realizzare tanti investimenti sbagliati tutti in fila, come è accaduto al Montepaschi dal 2006, erano più o meno le stesse di fare «zero» alla schedina del Totocalcio. Mps ci è riuscita. Il problema è che ora a pagare il conto sono gli azionisti: se infatti la banca senese avesse azzeccato almeno uno di questi investimenti, e soprattutto l'ultimo derivato sui tassi, avrebbe dovuto chiedere al mercato meno aumenti di capitale. E, soprattutto, oggi avrebbe minori necessità di chiedere aiuti allo Stato italiano: forse, ipotizzano alcuni, i Monti-bond non servirebbero del tutto.
Con le operazioni Santorini e Alexandria l'istituto ha perso centinaia di milioni (c'è chi stima 750 milioni lordi) mai visti in bilancio, colmati ora con 500 milioni di euro di Monti-bond aggiuntivi rispetto alle stime iniziali. Ma questo ormai è coperto. L'ulteriore bomba da gestire è un'altra: il maxi-derivato realizzato da Mps su buona parte dei 25 miliardi di BTp che ha in bilancio. Qui la banca ha fatto un doppio flop. Ha rinunciato a circa 3 miliardi di euro di incassi sulle cedole negli ultimi 3 anni. E in più si ritrova con perdite potenziali per 2,8 miliardi, per fortuna compensate dai recenti guadagni sull'apprezzamento dei BTp. Ecco la catena quasi paradossale di errori.
«Zero» in schedina
La storia di Mps è più o meno sintetizzabile immaginando un giocatore d'azzardo che, per colmare le perdite delle giocate precedenti, va al Casinò ipotecando la casa e alla fine perde tutto. Le perdite iniziali di Mps derivano da Santorini e da Alexandria: sono queste (si veda il Sole 24 Ore di ieri) le prime scommesse andate male. Quando nel 2009 entrambe le operazioni (che risalgono al 2002 e al 2006) iniziano a creare ingenti perdite, Mps non vuole però evidenziarle in bilancio. Così commette il secondo errore: compra BTp trentennali da Deutsche Bank e Nomura per "spostare" le perdite di Alexandria e Santorini su contratti di pronti/termine creati sugli stessi BTp trentennali. Questo permette a Mps di spostare contabilmente la perdita su titoli più "consoni" con l'attività di una banca e, soprattutto, di non mostrarla in conto economico perché ascrivibile a contratti di pronti/termine. Il dente cariato resta, il dolore anche: ma nessuno lo vede.
Ma il vero passo falso Mps lo fa successivamente, nel 2009-1010: quando su gran parte del portafoglio di titoli di Stato (a partire dai BTp trentennali acquistati con Santorini e Alexandria) stipula derivati di tasso. Di fatto Mps trasforma, insieme a varie banche d'affari (tra cui Nomura e Deutsche Bank), quasi tutto il suo portafoglio di BTp a tasso fisso in titoli a tasso variabile. Questa scelta si rivela un ulteriore bagno di sangue: Mps oggi ha infatti in mano titoli di Stato italiani, ma non incassa le cedole. Insomma: ha il rischio Stato italiano, ma non i rendimenti dello Stato italiano. È come se avesse in bilancio BTp, che pagano i tassi d'interesse dei Bund. Un flop paradossale
Lo swap boomerang
Così tutti i BTp in pancia a Mps (25 miliardi di euro) oggi non rendono quasi nulla: nei primi nove mesi del 2012 Mps ha incassato interessi per soli 65 milioni di euro. Un'inezia, che non ripaga Mps del rischio-Italia. E il motivo va cercato proprio negli effetti dello swap. I BTp del Montepaschi hanno infatti cedole a un valore medio del 4,2% (che su un portafoglio da 25 miliardi significano poco più di un miliardo l'anno di interessi): ma questi soldi, come da contratto swap, li prendono le banche d'affari. Non Mps. Per contro, l'istituto senese dal 2009 riceve dalle banche il tasso Euribor, che oggi è allo 0,20%.
Perché Mps abbia fatto questa scelta di trasformare le cedole a tasso fisso dei BTp in tasso variabile è difficile da dire. L'istituto senese, contattato, ha risposto «no comment». Il mistero resta. L'unica cosa certa oggi sta nei numeri: in questi anni Mps ha rinunciato, "grazie" allo swap, a circa 3 miliardi di interessi pagati dai BTp. Ma soprattutto ha derivati su tassi che accusavano perdite monstre man mano che aumentavano le minusvalenze di tasso sui titoli di Stato: un onere potenziale di 2,8 miliardi a fine 2011. È vero che è stato compensato in buona parte sul lato dell'attivo e ora quella minusvalenza potenziale si sta riducendo molto per effetto del rally dei BTp. Ma, secondo quanto risulta al Sole 24 Ore, si annullerà solo quando i BTp arriveranno a circa 100 punti base di spread con i Bund. Il problema, ora, è come smontare tutto ciò. Al lavoro ci sono gli advisor PwC (sugli aspetti contabili) e Eidos Partners (sui derivati).
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