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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2013 alle ore 11:12.

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Gli interessi passivi sul debito pubblico sono destinati ad aumentare e a raggiungere quota 100 milardi nel 2015. Dai 78 miliardi pagati dallo Stato per finanziare il proprio debito nel 2011 si passa agli 89 nel 2012 per salire ai 95 nel 2013 e per arrivare a quota 99,808 nel 2015. Le proiezioni - contenute nel bilancio 2013 della ragioneria dello Stato - indicano quindi un avvicinamento dell'Italia alla fase critica del 1992 quando gli interessi passivi a carico dello Stato raggiunsero quota 99 miliardi per poi inanellare un trend crescente fino ai 116 miliardi del 1996 (grafico storico sugli interessi passivi sul debito italiano).

Con la differenza che in quel periodo i tassi nominali erano più alti (con punte nell'autunno del 2012 al 13%) del 4,6% pagato oggi sulle scadenze a 10 anni, ma in compenso l'ammontare del debito pubblico era meno corposo rispetto al picco storico di 2.022 miliardi raggiunto a gennaio.

Gli interessi sul debito italiano puntano per il prossimo triennio a quei 100 miliardi toccati nel turbolento 1992, anno in cui il governo Amato dovette fronteggiare una pericolosa crisi economica. Furono apportate misure drastiche come il prelievo forzoso dai conti correnti ( con un'aliquota del 6 per 1000) e la svalutazione della lira del 7%. Allo stesso tempo il 17 settembre, un giorno dopo la mossa dell'Inghilterra, anche l'Italia decise di abbandonare lo Sme (il Sistema monetario europeo - una sorta di pre-euro - in cui i Paesi aderenti si obbligavano a un cambio semi-rigido in virtù di una banda di oscillazione prefissata per contenere la spirale inflazionistica).

I dati indicano quindi che l'incremento del debito pubblico e la mancata crescita dell'Italia negli ultimi anni - aggravati dalla spirale recessiva e dalle misure di austerity con cui si è provato a combattere l'attuale crisi che rischia di deragliare da ciclica a strutturale - hanno vanificato il vantaggio del ritracciamento generale dei tassi di interesse coinciso con l'ingresso nell'euro (in parte controbilanciato dallo squilibrio generato nei surplus commerciali a beneficio dei Paesi che hanno svalutato con il cambio rigido). Vantaggio che peraltro si è parzialmente esaurito negli ultimi due anni, quando gli spread si sono nuovamente allargati accentuando le divergenze tra le singole economie dell'Eurozona. Nel novembre 2011, quando i BTp pagavano oltre il 7%, i tassi hanno raggiunto la stessa soglia del 1997 mentre adesso viaggiano intorno a quella del 1998 (il 4,6%), lo stesso tasso che a quei tempi pagavano Germania, Francia e Spagna (grafico sui rendimenti dei titoli dei Paesi Ue prima dell'ingresso nell'euro).

Nel frattempo si sono rimescolate le carte. Pur essendo superato il periodo più critico toccato nel 2011 (spread oltre 700 punti tra Germania e Italia sulla parte breve della curva) grazie allo scudo anti-spread annunciato da Draghi nel luglio 2012, l'Italia paga oggi oltre 300 punti base in più dei Paesi più virtuosi dell'area euro. Questo alimenta differenze nella progressione dell'economia italiana rispetto a quelle dei Paesi del Nord Europa, pur essendo il tasso nominale oggi a carico dell'Italia sui titoli a 10 anni storicamente non elevato. E forse è questo il vero motivo, debito pubblico a parte, perché il monte interessi nel 2015 - anno in cui l'Italia si aspetta di chiudere in pareggio di bilancio - dovrebbe toccare quei 100 miliardi pagati nel turbolento 1992.

twitter.com/vitolops

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