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Questo articolo è stato pubblicato il 11 novembre 2013 alle ore 07:20.
L'ultima modifica è del 11 novembre 2013 alle ore 19:38.

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Mario Draghi (Epa)Mario Draghi (Epa)

«Il fatto che l'inflazione diminuisca nonostante ci sia stato un aumento dell'Iva significa che siamo in una situazione di vera e propria deflazione, e questo è preoccupante». Così Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, preoccupato anche per il parametro del 3% sul deficit/Pil: «È molto impegnativo per il nostro Paese perché congela le possibilità di fare investimenti sulla crescita». Parole che fanno eco a quelle di Romano Prodi («non ha senso avere gli stessi parametri per 20 anni») in una settimana cruciale per l'Eurozona.

La Bce guidata da Mario Draghi ha tagliato il costo del denaro allo 0,25%. Lanciando - seppur ci siano reali dubbi sul fatto che questa misura riesca a rilanciare l'economia attraverso il credito a famiglie e imprese che sbloccherebbe sviluppo e consumi agevolando la ripresa della domanda interna, tallone d'Achille di questa crisi - un doppio segnale ai mercati: la Bce è pronta a intervenire in un quadro economico che non è dei migliori. Anche perché sull'Eurozona incombe lo spettro della deflazione dopo che a ottobre l'indice dei prezzi al consumo è sceso allo 0,7% su base annua rispetto all'1,1% di settembre. E si tratta della "deflazione cattiva", quella causata da un calo della domanda (e non da un aumento dell'offerta che riduce i prezzi a vantaggio dei consumatori e quindi viene definita "deflazione buona").
Una paura al momento scongiurata dallo stesso Draghi («se vogliamo definire la deflazione come un calo generalizzato, e che si autoperpetua, dei prezzi nell'Eurozona, non lo vediamo») ma che preoccupa persino il Fondo monetario internazionale («i rischi di deflazione non sono scomparsi del tutto».

Del resto, in questo momento - quando il numero dei disoccupati in Europa ha raggiunto quota 19 milioni, 7 milioni in più dallo scoppio della crisi segnando la progressione maggiore dai tempi della Seconda Guerra Mondiale - le dichiarazioni ufficiali non sempre poi vengono dimostrate nei fatti.

Quindi i rischi che l'Eurozona cada in deflazione non possono essere esclusi. E a questo punto vale la pena ricordare il precedente degli Stati Uniti. A marzo del 2009 l'indice dei prezzi al consumo scese sotto zero, come non accadeva dal 1955. Nello stesso mese la Federal Reserve inaugurò il primo piano di quantitative easing (espansione monetaria attraverso l'acquisto di titoli di Stato e titoli agganciati ai mutui subprime). Già a fine dello stesso anno l'inflazione ripartì e si avvicino al 2% per poi sfiorare il 4% l'anno successivo. Oggi però è scesa all'1,2%, nonostante una montagna di soldi riversati sui mercati con tre piani di quantitative easing (il terzo è ancora in corso).

Questo anche perché questa liquidità non si sta riversando automaticamente nell'economia reale e nella maggior parte dei casi finisce in investimenti azionari (non a caso venerdì il Dow Jones ha aggiornato il massimo storico). In fondo è proprio questo il problema della deflazione (o dell'inflazione troppo bassa e lontana dal target del 2% fissato tanto dalla Bce quanto dalla Fed): l'incapacità degli stimoli monetari di finire a famiglie e imprese. Lo stesso è accaduto in Europa: dal 2009 la Bce con modalità diverse ha immesso liquidità nel sistema aumentando la base monetaria ma questa poi non si è tradotta in M3 (offerta di moneta) perché buona parte di questa moneta è stata utilizzata dalle banche per acquistare titoli di Stato. La cinghia di trasmissione tra finanza ed economia reale è ancora bella che inceppata. Ed è questo il primo problema da risolvere. Per far ripartire l'economia e allontanare gli spettri della deflazione.

La sfida arriva in un momento cruciale in cui la Fed e la Banca centrale si avviano a imboccare strade diverse. La Fed dovrebbe annunciare entro la prima metà del 2014 (ma c'è una minoranza di analisti che pensa già a dicembre) il tapering (la riduzione del piano di stimoli monetari). Mentre la Banca centrale europea è chiamata a un ulteriore sforzo espansionistico, pur con mezzi più limitati rispetto a quelli di cui dispone la banca americana. Come visto, la Fed ha vinto la deflazione con una manovra keynesiana. Cosa farà adesso la Bce?

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